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Grand Canyon - Il cuore della città

Regia di Lawrence Kasdan vedi scheda film

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La recensione su Grand Canyon - Il cuore della città

di degoffro
8 stelle

"Tu puoi andare a nuotare nell'Oceano tutti i giorni ed essere calmo, tranquillo, no! Poi un giorno, un giorno molto particolare, ti imbatti in uno squalo e lo squalo non ti odia, non prova nessun sentimento per te. Per lui sei solo cibo da inseguire. Lei non è che odia un hamburger, vero? Quei ragazzi non avevano nulla da perdere, però se ti capita di nuotare da quelle parti e sbatterci addosso, allora... Forse è inutile preoccuparsi: è come stare su un aereo che cade. E' mai stato sul Grand Canyon? Ci vogliono solo nove ore da qui. Amico ci vada al Grand Canyon. Ci si può sedere proprio sull'orlo. Sa io l'ho fatto: ho fatto di tutto, sono sceso dentro, ci ho dormito lì, ma quello che mi ha colpito più di tutto è stato sedermi sull'orlo di quella vecchia cosa enorme, quelle rocce, amico, quelle rupi e quelle rocce sono così antiche. Gli ci è voluto così tanto per diventare come ora e non è mica finito, sa, continua anche quando si sta seduti lì a guardarlo. Sta succedendo anche ora che siamo seduti qui in questa brutta città. Quando te ne stai seduto sul bordo di quella cosa, uno capisce che razza di nullità siamo noi, che testone ci siamo fatti pensando che quello che facciamo avrà una così grande importanza, pensando che il nostro tempo qui significhi qualcosa per quelle rocce. E' una frazione di secondo che siamo qui noi tutti e uno di noi è un pezzetto di tempo troppo piccolo per avere un nome. Quelle rocce ridevano di me, posso dirlo, e delle mie preoccupazioni. Era davvero divertente per il Grand Canyon. E sa come mi sentivo? Mi sentivo come una zanzara che si posa sul culo di una vacca che sta ruminando vicino ad una strada dove uno passa a 70 miglia all'ora. Piccolo!" "Mi chiamo Mack" "Sì, io Simon".
"Il grande freddo" parte seconda. Il regista Lawrence Kasdan, con la complicità in sede di sceneggiatura della moglie Meg, che con lui già aveva firmato proprio lo script del cult del 1983, racconta (alcuni anni prima e con maggiore spessore ed intelligenza dei tanto celebrati "Magnolia" e "Crush") ancora una volta con finezza, eleganza, semplicità, dolore, trasparenza, malinconia, tristezza, humor, sofferenza, speranza, affetto, ironia e complicità, tenendosi ben lontano da una vuota rassegnazione o da un facile e stanco pessimismo, spesso fine a se stesso, il vivere e morire a Los Angeles, intrecciando con impressionante abilità, raffinata sagacia e una notevole fluidità narrativa, le vicende, ora comiche, ora drammatiche, ora felici, ora tristi, di molteplici personaggi che si incontrano, si sfiorano, si (ri)trovano, forse guidati dal caso. Los Angeles è una brutta città (appunto un oceano in cui, nuotando, puoi imbatterti in squali, come dice Simon), come purtroppo tante altre metropoli nel mondo, dove "ci sono dei bambini che vengono abbandonati per le strade, persone che vivono dentro gli scatoloni, persone pronte a spararti solo se le guardi", gang rese spietate a volte anche dalle necessità ("Niente pistola, niente rispetto: ecco perché la pistola me la porto sempre appresso" dice uno dei giovani teppisti a Mack), giovani che "se la spassano con la loro combriccola" perché tanto sono certi che "non arriverò a 25 anni", donne che sono costrette a pulire i marciapiedi davanti a casa, sporchi di sangue, magari del proprio figlio, poliziotti razzisti e prevenuti (significativo l'episodio che coinvolge il nipote di Simon, fermato con sospetto solo perché correva di notte per le strade di un quartiere residenziale), o assicuratori sfacciati e meschini pronti a proporre polizze sulla vita, per l'alto tasso di mortalità causato da bande e rapinatori in certi quartieri più degradati, e la cosa peggiore, come sostiene Claire è che "noi ci stiamo abituando a questo". "Viviamo nel caos: è il problema centrale della vita di tutti" dice lo scafato produttore Davis, che dopo essere stato ferito gravemente e avere ripensato alla sua vita, ipotizzando un drastico cambiamento della sua mentalità e del suo modo di essere, ritorna a produrre i suoi film rozzi e violenti perché in fondo "i miei film riflettono quello che succede, non lo creano. Tutti i problemi della vita trovano soluzione nei films!". Kasdan non cerca facili soluzioni effettistiche e compiacenti o inutili e poco credibili buonismi (molto bello e realistico il mancato ravvedimento del produttore), analizza e scandaglia con oggettività le paure, le preoccupazioni, le ansie e le angosce contemporanee, realizza con straordinaria vitalità due sequenze oniriche di emozionante impatto (specie il sogno di Claire, semplicemente strepitoso per come materializza in un collage all'apparenza senza senso ma in realtà chiarissimo, come possono e sanno essere solo i sogni e dunque capace di turbare e spaventare, le esperienze e le persone della vita della donna), dirige, come sempre, al meglio un cast delle meraviglie. Kevin Kline è perfetto nella sua imperturbabilità e nel suo vivere, quasi anonimo e monotono secondo coordinate prestabilite e ovvie (sembra un parente stretto del Macon di "Turista per caso"), illuminato dall'incontro con Simon e deciso, questa volta, a fare qualcosa per colui che presumibilmente gli ha salvato la vita (già in passato una misteriosa donna con il cappellino da baseball di cui poi non aveva saputo più nulla, aveva evitato, fermandolo con un braccio, che finisse "spiaccicato come un insetto sul parabrezza di un autobus", modificando le cose per lui, sua moglie e suo figlio) perché "non vuoi mischiarti dove non dovresti, ma non puoi sempre girarti dall'altra parte". Mary McDonnell (probabilmente suggerita al regista dall'amico Kevin Costner che l'aveva diretta nel suo "Balla coi lupi") è struggente nel ruolo di Claire, pronta a scuotersi dal suo torpore e grigiore, rivelatole inaspettatamente anche dal figlio Roberto: quando stanno tornando dal campeggio e Claire gli confessa che deve fargli una comunicazione importante, il ragazzo come prima cosa pensa che lei e Mack vogliano separarsi e questa dichiarazione scombussola non poco la donna, perché è la conferma di come la sua infelicità ed inadeguatezza siano molto più evidenti di quanto immaginasse. Sorprendente Danny Glover, sensibile, attento, paterno, umile: la sottotrama relativa al suo appuntamento al buio con la tenera e delicata Jane/Alfre Woodard con la conseguente, nascente, relazione sentimentale ha la dolcezza, la semplicità e la naturalezza della vita vera, a conferma che al regista basta una sola sequenza, un unico dialogo - quelli appunto in macchina tra Simon e Jane - per creare un'atmosfera autentica, vibrante, quasi magica, nella quale riconoscersi. Inedito ma molto in parte Steve Martin, abituato a ruoli di commediante puro e qui molto bravo ad impersonare un uomo, spaventato e scottato di fronte al pericolo, ma poi poco disposto a rinunciare al suo mondo superficiale e artefatto. Sfuggente, delusa, abbandonata, illusa, sensuale, sola Mary Louise Parker (magnifico il suo sfogo di notte contro gli uomini sposati con un dolce poliziotto ed esilarante l’espressione del suo volto, quando la sua nuova titolare si sorprende del fatto che abbia lasciato il precedente posto di lavoro con quelle notevoli referenze). Un film dai dialoghi perfetti (anche se per i detrattori verbosi, prolissi, meccanici), a volte sovraccarico di eventi ed episodi, con la sensazione di essere troppo studiato, schematico nelle sue tesi o esplicitamente morale nel suo teorema (l'inciviltà della civiltà moderna) e per questo accusato di essere didascalico, retorico, ridondante, in realtà intenso e convincente, oltre che coraggioso, nell'evidenziare il vuoto, la solitudine, il malessere, l'apatia, l'indifferenza, la noia, l'arroganza del vivere quotidiano sempre più segnato da una forte discriminazione razziale e di classe (il Grand Canyon per Kasdan è anche il simbolo del divario marcato tra le classi agiate e benestanti e un mondo a parte fatto di povertà, miseria, fatica) e nel metterci di fronte alle nostre responsabilità, scuotendoci e facendoci capire che non è giusto ritenere che “forse è inutile preoccuparsi: è come stare su un aereo che cade”. Del resto “se sei vivo qualche fregatura ti può sempre capitare, e forse anche qualcosa di buono, ma non puoi sempre pensare al peggio”, perché in fondo anche se “fa male quando ami qualcuno e non sei stata scelta” nella vita davvero e per fortuna “non è tutto brutto”. E il Grand Canyon è lì a dimostrar(ce)lo. Come dire: nonostante tutto, la vita è bella. Orso d’oro a Berlino nel 1992 e nomination all'Oscar e ai Golden Globe per la sceneggiatura. Grand Kasdan.
Voto: 7 e mezzo.

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