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Alien: Covenant

Regia di Ridley Scott vedi scheda film

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La recensione su Alien: Covenant

di ROTOTOM
5 stelle

Non c’è più mistero, il male che proviene dallo spazio profondo mosso da un metastatico istinto di sopravvivenza ormai è noto, digerito e assimilato. Non c’è altro da dire, non ci sarebbe nulla da spiegare.

Alien: anche i parassiti nel loro piccolo si stufano

Sequel di un prequel che assomiglia a un reboot ma non lo è. Ridley Scott dopo le divagazioni esistenziali di Prometheus torna a parlare della sua creatura più famosa. L’alieno xenomorfo, parassita infestante 40 anni di cinema di fantascienza, dieci anni dopo le vicende del Prometheus e poco prima della storia di Alien, è sulla nave Covenant che trasporta i coloni per il nuovo mondo inabissati in un sonno criogenico. O meglio la creatura, ottusamente dedita alla riproduzione/infestazione della propria specie e della terminazione di tutte le altre, si ritrova oggetto delle attenzioni di David, l’androide del film precedente in preda a delirio di onnipotenza che dovrà vedersela con Walter, altro androide dello stesso tipo ma meno incline a perdersi in cervellotiche elucubrazioni filosofiche. Entrambi i personaggi sono interpretati da Michael Fassbender che si sdoppia digitalmente e sproloquia e combatte contro se stesso in un soliloquio recitativo che fagocita tutta la parte centrale del film.
La creatura creata da H.R.Giger ormai sembra un comprimario di un franchise che ha dato il suo meglio in avanti con i seguiti Aliens di James Cameron, Alien ³ di David Fincher e Alien 4 di Jean-Pierre Jeunet, ognuno caratterizzato dagli stilemi stilistici propri dei registi.

scena

Alien: Covenant (2017): scena


Riguardo i prequel ad opera di Ridley Scott, i difetti di un prodotto stanco e ormai esaurito sono sotto gli occhi di tutti. Benché il fascino maledetto dell’alieno/arma letale sia immutato nel cuore dei fans, infastidisce l’uso della tecnologia avanzatissima rispetto alla rudimentale schermata DOS del computer di bordo MATHER nel primo Alien del ’79. Il mancato rispetto della coerenza di una delle caratteristiche fondanti il discorso filmico proprio dei film di fantascienza, la tecnologia, causa un effetto straniante e il sospetto di essere presi un po’ per i fondelli da una produzione muscolare ma poco attenta alle dinamiche narrative interne alla storia oltre ad esibire uno stile di regia facilmente armonizzato agli stilemi della fantascienza d’azione contemporanea.   

I difetti più evidenti sono in sede di sceneggiatura con personaggi bidimensionali che fanno scelte scellerate solo a far avanzare la storia, mentre è palese l’indifferenza con la quale si sono costruiti i raccordi con ellissi temporali sbilenche e coincidenze temporali incongrue. Tutto avviene sbrigativamente, senza sospensione alcuna quasi a voler far ingollare a forza il prodotto allo spettatore trattato più da consumatore che come fruitore di arte cinematografica, qui mestamente assente. I mostri si generano in due-minuti-due con un tripudio splatter – almeno quello - che non si vedeva da tempo, giusto per veder decimati i protagonisti secondo una progressione più che classica. La discesa nel cuore dell’azione è comunque l’unica cosa positiva del film insieme ad una resa estetica comunque affascinante mentre la trama zoppicante, confusa in flashback e spiegoni è ammorbata dall’ingombrante motivazione delle gesta del cattivo che vorrebbe inserire una parentesi filosofica in un côté action.

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Alien: Covenant (2017): scena

Uno sprazzo interessante tra i buchi della trama si riscontra nel concetto di fede che muove il capitano del Covenant, ritrovatosi a capo di una missione di ripopolamento che è prima di tutto colonizzazione cristiana, basata sulla forza della famiglia. Tutti i personaggi sono sposati, coppie in cerca di un nuovo eden che vengono spezzate dal diavolo alieno e precipitando nell’inferno dei sensi di colpa. Solo uno spunto non approfondito, messo lì a germinare nei territori aridi di una drammatizzazione frettolosa.

Non c’è più mistero, il male che proviene dallo spazio profondo mosso da un metastatico istinto di sopravvivenza ormai è noto, digerito e assimilato. Non c’è altro da dire, non ci sarebbe nulla da spiegare. Così è palese che l’alieno sia solo un ospite del film e Fassbender il vero protagonista messo al confronto con il resto del cast composto di facce carenti di carisma come Billy Crudup e la protagonista femminile Katherine Waterston che sicuramente non farà dimenticare Sigurney Weaver.
Mazzata finale: un telefonatissimo colpo di scena in chiusura. Il mito di Alien è destinato a durare per molti anni ancora, nonostante queste operazioni commerciali senz’anima che tentano di sostituirsi all’originale nell’immaginario collettivo. Speriamo vivamente che questo capitolo sia l’ultimo.

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