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Collateral Beauty

Regia di David Frankel vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Collateral Beauty

di Chiappo
1 stelle

David Frenkel dichiara guerra al cinema e lo fa schierando i peggiori luoghi comuni intramezzandoli con dialoghi surreali recitati male da attori che nonostante la loro brillante carriera si sono prestati ad una carneficina senza precedenti. Il cinema forse non è sconfitto, ma non se la passa benissimo.

“Straziami ma di emozioni a buon mercato saziami!”. Questo l’urlo assatanato della folla che ha riempito le sale cinematografiche per sorbirsi questo indigeribile mappazzone sentimentale. Una dichiarazione di guerra al cinema, quello vero,  quello che non ti propina emozioni preconfezionate e predigerite ma ti racconta una storia, ti lascia libero; libero di provare emozioni VERE, che non ti asfissia con sotterfugi manipolatori, il cinema insomma.

David Frenkel invece schiera il suo esercito reclutando soldati di valore, gente che sa fare il suo mestiere: una Kate Winslet semplicemente incredula, una Helen Mirren mai così in difficoltà, un Edward Norton di cartongesso che non crede ad una parola di quello che dice; kamikaze pronti a tutto come Keira Knightley indecisa se calarsi mani e piedi nel ruolo di “fatalona” o invece lasciare che il suo indubbio fascino emerga naturalmente dalla sua prova attoriale partorendo una bisbetica piagnona insopportabile che quasi pare brutta (udite udite!), o come il mai domo (ma proprio mai eh) Will Smith,  che è riuscito nell’impresa titanica di mantenere senza paresi la stessa irricevibile espressione a cane bastonato per tutto il film (con l’unica eccezione della Fresh prince of Bel-Air face che appare senza preavviso nell’ottuso dialogo con La Morte (si avete capito bene, appena mi sono sfogato vi spiego). La Grande Guerra contro l’arte in genere sta per iniziare e non ci sarà scampo per nessuno.

 

Will Smith

Collateral Beauty (2016): Will Smith

 

Manca solo una trama che faccia impallidire Marione Merola, una trama che se la leggesse Moccia si iscriverebbe immediatamente al Dogma 95 e che spingerebbe uno come Kubrick a cambiare mestiere se ancora fosse tra noi. Eccola: un pubblicitario di successo di nome Howard (W. Smith e chi sennò?) viene travolto dalla tragedia immane della morte della figlia e decide di rifugiarsi nell’atarassia più completa mista a istinti suicidi, i colleghi preoccupati dal declino dell’azienda (mica preoccupati per lui, sia mai) decidono di arruolare, guidati da Whit (E. Norton), collega nonchè amico di Howard in bolletta e con una figlia che lo colpevolizza per il divorzio,  un’investigatrice privata (la stessa che assunse sua moglie per smascherare i suoi flirts. Geniale) per screditarlo; vengono a scoprire che il tattameo (non so come altro definirlo mi scuserete) manda lettere all’Amore, alla Morte e al Tempo; decidono perciò di arruolare tre attori nei quali il prode Whit si imbatte perché folgorato da Aimee (K.Knightley) durante una selezione presso l’azienda (da oscar per l’idiozia la scena in cui Aimee, capitata casualmente ad una selezione presso l'azienda di Howard, senza battere ciglio migliora lo slogan ideato da Whit, glielo suggerisce e fugge e lui la pedina fino al teatro). Questi tre malcapitati (Brigitte, Simon e Aimee stessa) dovranno impersonificare rispettivamente La Morte, Il Tempo e l’Amore ed aiutare Howard il tattameo ad elaborare il lutto ma allo stesso tempo convincerlo a cedere l’azienda.

Risparmio a voi ma soprattutto a me il resto di questa storia perché sarebbe per me come rituffarmi in quel mare di melassa dalla quale a stento sono sopravvissuto perché basta questo per rendere l’idea di quanto surreale sia tutto ciò. Mi limiterò quindi a soffermarmi su alcuni passaggi che mi hanno letteralmente steso: tutti e tre i colleghi hanno ovviamente una storia personale devastata e non esitano un secondo a far pedinare il loro datore di lavoro nonché amico fraterno trascinandolo in questo gioco/farsa/ricatto ma vengono dipinti come benefattori come del resto si legge in numerose recensioni: dove sta l’umanità nel pedinare Howard il tattameo e far leva sulla sua debolezza per dimostrare come sia incapace di intendere e volere per contringerlo a cedere l’azienda? Perché una volta scoperto il raggiro quest’ultimo invece di ribaltare il tavolo si mette a fare il grande saggio, colui che tutto sa e che tutto conosce? Ci dovremmo forse commuovere? Io ho riso. Perché il doppio triplo quadruplo twist finale a spezzare le reni anche al più impermeabile (all’idiozia, alla melassa, all’ovvio) degli spettatori, arrivato fino in fondo senza smettere di crederci? Perchè le sviolinate a sottolineare le scene di pathos, ma soprattutto perché ancora Will Smith? Will “se solo potessimo essere di nuovo estranei”….

 

Will Smith

Collateral Beauty (2016): Will Smith

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