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Zama

Regia di Lucrecia Martel vedi scheda film

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La recensione su Zama

di Peppe Comune
8 stelle

Don Diego de Zama (Daniel Giménez Cacho) è un funzionario della corona spagnola. Da molti anni svolge il suo servizio in Paraguay ed è da diverso tempo che ha scritto una lettera al Re per chiedere di essere trasferito in Argentina per stare più vicino alla famiglia. Ma la risposta non arriva mai e l'attesa finisce per trasformarsi in un immobilismo snervante. Intanto, gli affari della colonna sembrano concentrarsi tutti sulla cattura di Vicuna Porto, un disertore che ha organizzato un piccolo esercito irregolare per darsi a ruberie di diverso tipo. Così, dato che il trasferimento rimane una chimera, Zama si mette alla caccia del ribelle esponendosi anche agli attacchi degl’indios.

 

 

Daniel Gimenez Cacho

Zama (2017): Daniel Gimenez Cacho

 

Ispirato al romanzo omonimo di Antonio Di Benedetto, “Zama” di Lucrecia Martel ci catapulta dentro la sonnacchiosa provincia del Paraguay per gettare uno sguardo analitico sul retaggio coloniale della Corona Spagnola. Si segue la vita di Don Diego de Zama, uno dei più valenti funzionari del Re di Spagna, dal momento in cui è in attesa del desiderato trasferimento, fino a quando l’attesa si rivela essere una logorante lotta per la sopravvivenza.

“Faccio per voi quello che nessuno ha mai fatto per me. Dico no alla vostra speranza”. Questo dice Zama al gruppo di ribelli che gli chiede sotto minaccia dove si trovi “l’eldorado”. Parole che arrivano a chiosare come meglio non si potrebbe un'esperienza di vita passata ad accumulare prospettive di cambiamento che hanno prodotto solo il cambiamento della sua anima. Perché, insieme all’attesa, è il tradimento l’altro tema centrale del film : il tradimento dei valori della Corona da parte dei sudditi delle colonie e quello della Spagna che li ha lasciati per troppo tempo da soli ;  il tradimento delle migliori speranze e delle speranze che hanno tradito ogni buona intenzione. Tutto questo fa la trattazione di uno spaccato di storia che proietta ben oltre il contingente rappresentato il vizio endemico dei detentori del potere di resuscitare dai loro stessi fallimenti. Perché Don Diego de Zama è il simbolo di una decadenza in fieri che non sa cogliere i segni del proprio fallimento, il frutto pervicace di un retaggio coloniale che intende conservare la sua autorità anche se ha disimparato ad esercitarla con autorevolezza. Zama diventa vittima della sua stessa inazione, svuotato dalla prossimità di una “corte dei miracoli” per nome e per conto della quale si è costruito un potente apparato burocratico che ora sembra non avere più ragione di esistere. È gradualmente che Zama finisce per essere avvinto dall’apatia, a sentirsi lontano da tutto ciò che aveva rappresentato il senso più pieno della sua vita. Quando si avvede di essere solo un ingranaggio qualunque di quel meccanismo di potere che proprio lui ha messo in piedi, quando constata che la sua devozione alla causa non è valsa l'attenzione dei superiori per fargli valutare le sue legittime richieste. Quando decide di arrivare fino al cuore del male per non morire solo di rimorsi.

Come succede nel convincente film d’esordio “La ciénaga”, Lucrecia Martel attribuisce ai corpi un ruolo importante. Corpi che devono continuare a recitare il ruolo assegnatogli dalla storia. Corpi sudaticci sotto il peso altezzoso delle parrucche nobiliari. Corpi addolorati dalle continue tentazioni della carne. Corpi incolori catturati in ambienti plumbei. Corpi annoiati dall’insensatezza stessa del potere. L’autrice argentina sembra giocarci con i corpi, facendone la matrice simbolica di una forma di immobilismo socialmente rilevante perché storicamente sperimentato. Nel farlo, racchiude la vasta spazialità del territorio paraguayano in piani di ripresa che tendono alla sottrazione di elementi visivi piuttosto che puntare sul loro accumulo. Se ne ricava che, all’apertura verso l’illimitatezza dello sguardo data dal mare, corrispondono degli interni claustrofobici catturati dalla macchina da presa con insistente attenzione. Solo nella parte finale del film i colori riacquistano la loro nitidezza originaria a contatto con uno scenario naturalistico finalmente restituito alla sua multiforme spazialità. Quando Don Diego de Zama sceglie di non aspettare più l’esito del suo destino. Sostituendo alla morte nell’attesa la vita dell’azione. Buon film di un’autrice che si conferma molto interessante.        

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