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Jackie

Regia di Pablo Larrain vedi scheda film

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La recensione su Jackie

di supadany
7 stelle

Venezia 73 – Concorso ufficiale.

Prima opera fuori dai confini cileni per il prolifico Pablo Larrain, per lui seconda biografia di stagione dopo Neruda, con un soggetto che richiama responsabilità, mette sul chi va là i ferventi cinefili che l’hanno amato dalla prima ora e, indubbiamente, pone anche alcune limitazioni concettuali.

Effettivamente, fermandosi all’analisi della figura femminile, ne verrebbe fuori una visuale un po’ sgombra, comunque sorretta dal contorno, ma analizzando i fatti, ricollegandoli a un livello universale, si possono ottenere ulteriori spunti.

Dallas, 22 novembre 1963, mentre saluta tutti dalla sua vettura che attraversa la città, J.F. Kennedy viene ucciso; i suoi funerali avranno luogo il 25 novembre, mentre un nuovo Presidente sta già prendendo il suo posto.

Quattro giorni che Jackie (Natalie Portman) deve affrontare come donna, neo vedova e madre, tra consigli, obblighi, impellenti necessità e un immenso, quanto non consolato, dolore che rivive raccontandosi a un giornalista (Billy Crudup).

 

Natalie Portman

Jackie (2016): Natalie Portman

 

A prescindere da ogni considerazione, Jackie è, e non poteva essere altrimenti, un film diverso rispetto ai precedenti di Pablo Larrain, chiamato a modificare qualcosa adesso che il suo nome è diventato d’autore a livello globale.

Inevitabilmente, il campo di movimento non è completamente libero, ma si evita l’effetto saturazione degli spazi; l’aspetto biografico, per quanto onnipresente, non deve essere per forza preso come unica chiave di lettura anzi, è la condizione di cambiamento su più fronti - pubblico, privato e interiore - che, prima o dopo, riguarda tutti gli esseri umani, a diventare un possibile, quanto fondamentale e individuale, metro di percezione.

L’opera di sviluppa da un’intervista, nella quale spicca la personalità della protagonista che muove la controparte come fosse una banderuola, per inanellare diversi piani di racconto; un profilo privato, con una famiglia da gestire e un marito da onorare, uno politico – le procedure inflessibili che creano attriti, un nuovo Presidente già annunciato che vuole prendersi la scena, più una sintetica e significativa dichiarazione sul Vietnam (“Johnson è fortunato, sale in carica e si trova la questione Vietnam già risolta”) - e religioso, il più classico per domande esistenziali sul senso delle cose.

In ogni dinamica è cruciale la rielaborazione del lutto, quando il corpo del cadavere è ancora caldo e comincia la ricerca di una diversa collocazione, nel mondo per Jackie, così come accade nella vita comune di tutti i giorni per i comuni mortali che nel momento del dolore più profondo sono obbligati fin da subito a pensare a una sequenza di cose da fare con il pensiero rivolto in tutt’altra direzione.

Nel caso specifico, non è un fattore di pura empatia, il personaggio è troppo elitario per ottenere questo riscontro, in più ne conosciamo il futuro a posteriori, ma di riflesso.

In più, l’opera di Pablo Larrain è stilisticamente acuta, con una ricostruzione minuziosa, a partire dal décor di ambienti contrapposti (come la Casa Bianca e il cimitero), di una situazione ovattata, e, per quanto possibile, si smarca dal più classico richiamo a un evento storico, ad esempio non vi è traccia di riproposizioni notiziarie per completare il racconto e poi c’è Natalie Portman, alle prese con tanti frammenti da esprimere con gli occhi di tutti puntati su di lei e sul suo personaggio, in una parte che sembra studiata apposta per fare incetta di riconoscimenti, nella quale la perfomance oltrepassa la realtà.

D’altronde, come vale per il film stesso, è il soggetto a richiamare tutta quest’attenzione, per quanto riguarda Pablo Larrain si tratta di una prova di maturità complessa - scendere a patti e confrontarsi con soggetti internazionali è un passo che prima o dopo tocca quasi ogni grande autore (per lo meno a coloro che vogliono uscire da una ristretta cerchia di ammiratori) - che comporta oneri e onori, rischi e opportunità.

Destinata a dividere, in buona parte per aspetti estranei all’opera (vedi appunto background del regista) che, collocata nel filone biografico, riesce a costruirsi una specifica identità. 

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