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The Free World

Regia di Jason Lew vedi scheda film

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La recensione su The Free World

di mck
7 stelle

Second Hope (Chance, Occasion, Opportunity, Possibility), Human Neglect (CareLessNess, Indifference, Negligence, Laxity). Il termine burocratico "negligenza umana" nasconde, piegato dall'ipocrisia, la colpa. La colpa ex lege - eccesso di legittima difesa verso il reo di violenza domestica - viene sublimata dall'espiazione. L'amore sovrasta tutto.

 

Giardino, orto, serra, appartamento, culla, utero, grembo, cella, abitacolo: per un breve momento protratto, quando lei si rifugia e nasconde - al posto dello spinone bastardino che fu (ucciso a calci e bastonate dal suo di lei ex reso fu da lei compagno) - nel trasportino, si può quasi avere l'impressione che il film possa prendere la strada di un (in)umano film bestiale (secondo varie declinazioni che spaziano attraverso un ampio spettro: “la Cagna” di Marco Ferreri, “the Pet” di D Stevens, “Bitch” di Marianna Palka, “Être Cheval” di Jérôme Clément-Wilz, “Pet” di Carles Torrens…). 

 

 

Poi in seguito verranno le vere, autentiche, reali gabbie (non solo di prigioni, canili, galere e rifugi coatti) e bestie (non solo animali quadrupedi ma pure bipedi antropomorfi) nelle vesti di botole e ciclopi.   

 

 

Comparto tecnico di giovani coetanei del regista e sceneggiatore (“RestLess” di Gus Van Sant) - e in alcuni casi attore (“All God's Children Can Dance”, “Pauline Alone”), ma non qui -, Jason Lew: fotografia di Bérénice Eveno (assistente di Wally Pfister, poi : “Throwing Shade” e “Her Story”), musiche di Tim Hecker [musica elettronica ad ampio spettro: “Harmony in UltraViolet” (il sound design è di Anthony Vanchure)] e montaggio di Dominic LaPerriere (il più esperto, per lo meno cinematograficamente, della squadra - “Fishing WithOut Nets”, “Red Knot”, “NewComer”, “Kicks”, “Dayveon” - e in alcune scelte e passaggi si percepisce questa sicurezza). 

 

 

Alcuni momenti sono un po' troppo retorici e/o grezzi - penso a quando lui dice a lei: “Quello ero io, là dentro, mi dispiace” [“I'm so sorry. That was me. I'm sorry. That was me there. I'm sorry. That was... That was me. I'm sorry.”], e al lungo addio nel sotto finale -, e l'economia del film ci avrebbe guadagnato se fossero stati asciugati un po'. 

 

 

Elisabeth Moss è una certezza malleabile e inscalfibile: allucinante, meravigliosa. Boyd Holbrook (“Little Accidents”, “Jane Got a Gun”, “Morgan”, “CardBoard Boxer”, “Logan”, “the Predator”) è una piacevole conferma/sorpresa. Octavia Spencer, post-”the Help” (e Oscar by Academy Award), (si) concede un piccolo ruolo (tra un BlockBuster e un cinema biografico/strappalacrime per signore e signorini), e lo porta a casa, e tanto di cappello. Bellissima piccola parte per l'ottimo caratterista (“the Men Who Stare at Goats”, "Omar") Waleed Zuaiter

 

 

the Free World” - l'Hortus Conclusus, l'Eden ch'è il Mondo - termina formalmente là dove "PickPocket" (e “American Gigolo”) finiva(no), ma al contempo sostanzialmente (re)inizia là dove "PickPocket" (e “American Gigolo”) terminava(no): “the Free World” è, da questo punto di vista -[perché i protagonisti dell'opera prima dietro alla macchina da presa e non "solo" ad uno scrittoio di Jason Lew lo sanno sin da subito che... (il termine burocratico "negligenza umana" nasconde, piegato dall'ipocrisia, la colpa, e la colpa ex lege - eccesso di legittima difesa verso il reo di violenza domestica - viene sublimata dall'espiazione, mentre l'amore...) l'amore - "egoista", ma rispettoso del prossimo - è quasi tutto ciò che conta e vale davvero, e sovrasta ogni cosa: si, c'è sentore di soap-opera, ma proviene dall'esterno: sono lacerti, rigaglie e cascami di esperienze "cinematografiche" altre, che nient'e null'hanno a che spartire con l'opera in questione]-, nel bene e nel male, un loro prosieguo, implementazione, variazione, evoluzione, fin... 

 

 

...là dove le nuvole fanno le loro cose da nuvole.  

 

* * * ½ (¾)   

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