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Arrival

Regia di Denis Villeneuve vedi scheda film

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La recensione su Arrival

di Stanley42
9 stelle

Un film tanto piccolo da rivelarsi infinitamente grande; una riflessione profonda e toccante sul lato più umano della fantascienza, che riconferma l'indiscutibile talento di Villeneuve. Da custodire gelosamente.

Amy Adams

Arrival (2016): Amy Adams

 

E' un film intimo, uno straordinario ibrido di generi l'ultima fatica del talentuoso Denis Villeneuve, che avvince e affascina lo spettatore grazie ad una sapiente reinterpretazione dei cliché della fantascienza, un genere troppo spesso sottovalutato e che ultimamente sembra aver perso la sua dirompente carica innovativa di fronte ad una modernità imperante in cui poco spazio è lasciato all'immaginazione. Arrival nel suo essere un po' cupo e (a detta del regista stesso) un po' "sporco" rilancia e aggiorna le coordinate del genere di riferimento senza però discostarsi dalla tradizione, scegliendo di privilegiare una dimensione più personale dei suoi protagonisti.

 

Intorno ad uno scenario da imminente guerra mondiale, in cui l'unico scopo dei grandi Stati è quello di fare a gara per mostrare chi è più deciso a contrastare i nuovi venuti, il film costruisce il suo cuore pulsante intorno allo splendido personaggio di Louise, interpretato da una eccellente Amy Adams, che dovrà mettere in discussione il suo modo di pensare e sentire pur di entrare in contatto con gli eptapodi, arrivando persino a toccare la "teoria della relatività" della linguistica moderna: l'affascinante teoria di Sapir-Whorf, la quale afferma che se si inizia ad imparare una lingua, si inizierà anche a sognare e a pensare in quella lingua.

Spiega Villeneuve in un'intervista: <<A circa metà del film apprendiamo che loro riescono a scrivere una frase simultaneamente con entrambe le mani. Conoscono la fine della frase mentre stanno scrivendo il suo inizio. Mentre Louise cerca di scrivere nella loro lingua alla sua maniera, le sinapsi del suo cervello iniziano a collegarsi con il linguaggio e con il suo modo di pensare.>> E' questo il più grande potere del linguaggio, che riesce a cambiare il nostro io, mettendoci in contatto non solo con gli altri ma anche con le parti più nascoste e dimenticate dell'essere. Proprio in quell'angolo sperduto ci troviamo a confrontarci con i fantasmi più sinistri e con l'aleggiante presenza della morte.

 

Attraverso questa profonda connessione con se stessa, Louise riuscirà ad abbattere la barriera tra l'onirico ed il reale, trasformando questo contatto con la morte (rappresentato dalla perdita della figlia) in un contatto con la vita che le permetterà addirittura di sovvertire la linearità del tempo, saltando da un piano temporale all'altro: è questo lo splendido e meraviglioso dono degli alieni. Arrival, dunque, come i migliori e più ambiziosi film di fantascienza, pone degli interrogativi che sono prima di tutto filosofici: Quale sarebbe il nostro rapporto con la vita se sapessimo già come e quando morire?

Dice Villeneuve: <<Essere maggiormente in relazione con la morte, in modo intimo con la natura della vita e le sue sfumature, ci farebbe diventare più umili. L’umanità adesso ha bisogno di questa umiltà.>>

 

Difficile definire un film che è una continua contraddizione: Arrival scontenta gli amanti della fantascienza perché la reinterpreta in un modo originalissimo, senza l'esplosione catartica degli effetti speciali e al contempo fa storcere il naso ai patiti dei film d'autore, in quanto incapace di cedere al facile lirismo. Rimane lì, nel limbo dei generi, sospeso tra l'erudizione che lo allontana da Hollywood e la cultura popolare che lo esclude dalla cerchia dei film d'arte.

Un film profondamente modesto, che chiede a noi spettatori di esercitarci nella virtù che ad oggi sembra essere sparita dal mondo: l'umiltà. 

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