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Arrival

Regia di Denis Villeneuve vedi scheda film

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La recensione su Arrival

di will kane
7 stelle

Non è la prima volta che un film di fantascienza arriva a tante nominations agli Oscar, perchè nel 1977, "Guerre stellari" ne ottenne dieci, con sei statuette vinte, più una speciale per la creazione di robot e creature: però, per un genere che, purtroppo, per molti anni è stato snobbato dai produttori ed era come dimenticato, è una rivincita arrivare alla notte degli Academy Awards con otto candidature, tra cui quella per il miglior film dell'anno. Affidato al canadese Denis Villeneuve, "Arrival" narra, come dice il titolo, l'arrivo di una dozzina di astronavi in luoghi disparati come Cina, Siberia, Sierra Leone, Australia, Stati Uniti: i militari intervengono subito, attendendo segnali dagli alieni, e ingaggiano una linguista ed un fisico, per decifrare possibili messaggi e cercare di capire cosa siano e cosa vogliano gli ospiti. Come ci ha abituato il regista, con le sue pellicole precedenti, i suoi protagonisti hanno di fronte a loro strade tortuose, e spesso dolorose: nei primi minuti conosciamo la pena della protagonista, che ha perduto la figlia, e si porta dentro un fardello di cordoglio, e ne seguiamo i passi incerti nella missione-confronto con i due extraterrestri "di stanza" in USA. Esentati dalla gravità, i delegati della Terra si introducono nella nave venuta dal cosmo, e le creature, che assomigliano a due grandi cefalopodi, rispondono alle sollecitazioni con misteriosi schizzi di inchiostro vaporoso: ma sono un pericolo o potenziali "amici"? Saranno i tempi, non gioiosi, che stiamo vivendo, con le loro incertezze e le tensioni che pesano, ma è curioso che nella corsa all'Oscar siano stati designati titoli con protagonisti che hanno perso e disperatamente, ma anche insperatamente, qualcosa li riporta alla vita e ad una forma di senso per andare avanti, per vie molto traverse: "Arrival" non è un film di fantascienza particolarmente rivoluzionario, ma si può dire che sia, quarant'anni dopo, una sorta di "Incontri ravvicinati" più cupo, eppure anche più risoluto nell'infusione di nuova speranza verso ciò che non conosciamo. Perchè, se la risposta più ovvia è attaccare per primi, è anche la più sbagliata, e può portare a conseguenze gravissime: toccherà ai misteriosi alieni, assolvere il non semplice compito di discernere cosa sia una minaccia, e cosa sia un gesto di empatia. Amy Adams è sempre più intensa, anche se, forse, in "Animali notturni" aveva fornito una prova ancora più matura, e, dopo questo interessante lavoro sulla necessità dell'abbandono della Paura del futuro, e di ciò che non sappiamo ancora, ci si sente più convinti della scelta di far dirigere il sequel di "Blade Runner" a questo regista, che accetta il rischio di infondere spessore a storie e personaggi, nonostante nomi e alti budget, e la nota diffidenza hollywoodiana a uscire dal consueto e dallo spettacolo più rutilante.

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