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Arrival

Regia di Denis Villeneuve vedi scheda film

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La recensione su Arrival

di supadany
8 stelle

 

Venezia 73 - Concorso ufficiale.

Pianeta Villeneuve, anno 2016, ultima tappa di avvicinamento alla prova più difficile di tutte – Blade runner 2049 – che potrebbe elevarlo a icona riconosciuta, e venerata, da tutti o segnare un passo falso potenzialmente in grado di annientare chiunque.

Nel frattempo, Arrival è una specie di assaggio, fantascienza di stampo intelligente che rifiuta l’effetto (speciale) gratuito per affrontare svariati temi e questioni, che possono contare riscontri tangibili su altri tavoli, senza trascurare gli elementi chiave dell’esistenza umana.

Quando una serie di enormi astronavi aliene attracca sulla Terra, il governo americano arruola un team di esperti linguistici per tentare di stabilire un contatto, un dialogo diretto.

Ne fanno parte Louise (Amy Adams) e Ian (Jeremy Renner) che, sottoposti a pressioni sempre maggiori provenienti dall’alto, e dall’esterno, con Cina e Russia che sembrano sul punto di perdere il controllo, cercheranno di capire con chi hanno a che fare e quali intenzioni si celino dietro a questo approdo.

Il dialogo più complicato, ça van sans dire, sarà sempre quello umano.

 

Amy Adams

Arrival (2016): Amy Adams

 

Ci sono giorni che cambiano tutto e per sempre: per un singolo essere umano possono essere riferiti alla nascita di un figlio o a un evento luttuoso che nega per sempre la gioia di un affetto caro, mentre per l’umanità intera, non credo esista niente di maggiormente radicato nell’immaginario collettivo del primo contatto con forme di vita provenienti da un altro pianeta.

Arrival ripropone temi angolari propri del cinema prettamente fantascientifico che poi collimano, in maniera assai preoccupante, con abitudini di comando, ma anche di (faticosa) collaborazione, che non promettono niente di buono.

Ciò è lapalissiano a partire dalla figura di volta della professoressa Louise – Amy Adams, da grande attrice qual è, riesce a essere credibile e coinvolta - attraverso la quale sono stabilite coordinate basilari dell’importanza del linguaggio e, successivamente, della comunicazione, con esempi pratici che ricordano come un fraintendimento in casi di contatto tra specie diverse, figuriamoci poi tra umani e un’entità sconosciuta, possa condurre alle peggiori delle conseguenze.

D’altro canto, la scienza non può andare d’accordo con la politica – seppur gli ambiti siano distanti, Denis Villeneuve riprende da Sicario un discorso politico e (fortemente) critico - e con il comando in genere. Altri modi di pensare, visioni e tempistiche differenti e una difficoltà relazionale spinta all’azione più che all’attesa volta alla comprensione.

Gran parte del film - estremamente affascinante per gli appassionati di fantascienza e nello specifico per chi aspetta in gloria un possibile contatto con creature aliene - verte su queste qualità e contrasti, con i contatti diretti a ergersi protagonisti - in questa visione, è eloquente la raffigurazione dell'interstizio comunicativo, spazio completo di divisoria che non permette una visione completa -  e uno sviluppo che utilizza la spalla Ian (Jeremy Renner ha l’espressione disinvolta che basta) per aggiungere un pizzico di pepe (non prettamente necessario, ma nemmeno deleterio).

Così si arriva al (gran) finale, una specie di all-in che cambia quasi radicalmente il fulcro del discorso fin lì impostato badando principalmente al sodo e al fascino della materia extra terrestre: un frangente che, in questo modo, diventa determinante e che sarebbe un delitto anticipare in qualsivoglia sua traiettoria, ma talmente debordante da poter generare le migliori delle sensazioni così come il peggiore dei disagi.

In ogni caso, Arrival rimane un'opera costruita con parsimonia, assolutamente anti-spettacolare, che - pur senza riuscire ad arrivare all'incanto estremo - ha nelle sue arterie una base solida in grado di farlo apprezzare al pubblico generalista, o almeno a una parte di esso, così come a chi pretende di ritrovarsi di fronte a un ideale costruttivo e che non manchi di osare.

Per Denis Villeneuve (Sicario, La donna che canta, Prisoners) si tratta di un (importante) passo interlocutorio, una specie di anticipo fantascientifico del suo approdo al più alto livello pensabile per un progetto in quel di Hollywood (ovviamente, Blade runner 2049).

Contatto felicemente avvenuto.

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