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I racconti dell'Orso

Regia di Samuele Sestieri, Olmo Amato vedi scheda film

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La recensione su I racconti dell'Orso

di spopola
7 stelle

Una specie di gioco immaginifico e fantastico pieno di sottintesi rimandi che si muove fra sogno e realtà.

 

 

 

scena

I racconti dell'Orso (2015): scena

 

Visto al Torino Film Festival di qualche anno fa, questo I racconti dell’orso, intelligente opera prima di Samuele Sestieri e Olmo Amato, dopo aver attraversato con successo molti altri Festival in giro per il mondo (a conferma di un interesse all’estero molto più generalizzato e cado di quello riservatogli invece qui in Italia) si affaccia solo adesso (e quindi con ben tre anni di ritardo, visto che il film è del 2015) timidamente e con molto affanno, nel circuito delle nostre sale, ma rimane purtroppo ancora oggi un’opera assolutamente marginale perché la sua presenza è davvero fantasmatica, di quelle da ricercare col lanternino se qualcuno avesse voglia di vederlo e provasse per questo a rintracciarlo1 nella programmazione della propria città. Ci troviamo Insomma di fronte a una specie di Araba Fenice che, come recitano gli antichi versi di Metastasio (Demetrio) e di Da Ponte (Così fan tutte), che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa (ed è un vero guaioper la salute del nostro cinema ormai orientato a finanziare e poi distribuire – per non rischiare troppo in termini di capitale investito - soltanto le opere di stampo prettamente commerciale, sempre più uguali a se stesse e totalmente prive di guizzi di originalità).

I racconti dell’orso è invece un lungometraggio fortemente sperimentale (quasi surreale si potrebbe dire) che ha molte singolarità e innovazioni strutturali proprio nella costruzione del racconto, a partire da una durata anomala che è solo di 67 minuti. Diciamocelo pure comunque: è oggettivamente un film che può spiazzare (“sconcertare”sarebbe il termine più giusto) un pubblico poco preparato all’impatto, ma che varrebbe la pena di essere visto per fare la conoscenza di questi due promettenti (e caparbi) registi che sono riusciti a realizzarlo superando molte difficoltà (proprio per il suo essere così particolare) e che rappresenta il felice esito di quella che si può davvero considerare una vera e propria scommessa produttiva (low budget, crowfounding, troupe e cast composti quasi esclusivamente dai due co-autori per contenerne i costi).

Non di facile approccio dunque ma pieno di interessanti soluzioni e di altrettante immaginifiche sequenze che confermano il talento (anche visionario) e il coraggio dei giovani Sestieri (classe 1989)e Amato (classe 1986) che, pur di fronte a finanziamenti davvero molto esigui, sono riusciti a supplire alla scarsità dei mezzi a disposizione, con l’ingegno e la fantasia (dimostrando peraltro di possederne in grande quantità).

I racconti dell'Orso (2015): Trailer ufficiale

Così i due registi raccontano la genesi di questa inusuale e molto originale avventura onirica che riesce a far convivere fra loro (e in modo molto convincente) l’immaginario infantile e quello onirico, tenendo però sempre presente l’aspetto concettuale della loro stimolante e un po’ folle (parola utilizzata in senso positivo) impresa: “la nostra idea, fin dall’inizio, è stata quella di trasformare la povertà dei mezzi disponibili in autentica risorsa: nessun dolly, nessun carrello, nemmeno una steady. Lontani dall’eccessiva programmazione e dallo studio a tavolino, abbiamo voluto restituire una messa in scena viva, pulsante, che respira con i suoi personaggi. La sceneggiatura è stata solo un punto di partenza: luoghi e persone che incontravamo nel corso del viaggio modificavano, ampliavano, arricchivano la nostra storia. Di fronte alle meraviglie di una natura incontaminata, il punto di vista è quello vergine di chi vorrebbe imparare a vedere, come se fosse per la prima volta.

E la natura è infatti la vera protagonista (lo si evince già dalla prima inquadratura), una natura ormai difficilissimoda trovare, immensa, appagante, maestosamente rigogliosa, che ci accompagnerà per tutta la durata di unapellicola che è sorretta, al di là delle abbacinanti immagini (gli affascinanti paesaggi finlandesi scelti per far da sfondo alla vicenda) solo da un’esile, elementare (ma anche intelligente oltre che anticonvenzionale) traccia narrativa che penso di poter sintetizzare così: in un mondo abbandonato dagli uomini, un monaco meccanico insegue uno strano omino rosso. Dopo aver attraversato boschi, città morte e lande desolate che rimandano a una specie di apocalisse appena consumata, i due buffi personaggi raggiungono la cima di una collina magica dove troveranno un vecchio peluche d’orso col ventre lacerato che, unificando le loro forze, cercheranno di riportare a nuova vita, rimettendolo in sesto e salvandolo di conseguenza, lenendo nel contempo anche il suo dolore, dalla triste sorte che gli era stata riservata.

Si affezioneranno così tanto a lui, da trattarlo come se fosse un loro figlio e sarà questo il tentativo condotto a forze unificate, di provare a uscire, attraverso quella evidente voglia di accudimento di stampo quasi genitoriale, dal vuoto disumano che li circonda.

Secondo Edoardo Zaccagnini (su Cineforum) , il film fa venire in mente sia Piavoli(nei momenti in cui ci fa percepire i minuscoli e precisi rumori della natura, il suo fermo, quotidiano respirare) che Malick (e qui a mio avviso azzarda un po’ troppo) quando nel suo vivere – e cito testualmente – ci fa sentire piccoli, quando delicatamente la sua bellezza piena di forza sventola. Nell’analisi completa dell’opera messa in evidenza dalla sua eccellente recensione, conclude però dicendo che la capacità di Sestieri e Amato di costruire inquadrature seducenti e passare con disinvoltura da un registro all’altro, visto che nei dipinti spesso immobili che scorrono nel film si vanno ad inserire anche affannose soggettive e piani molto stretti che trasmettono inquietudine, rimandano a un altro cinemache va molto oltre quello dei due registi da lui prima citati.

A me infatti richiama soprattutto alla memoria qualche eco lontana che spinge verso Spike Jonze e il suo Nel paese delle creature selvagge, ma anche (pur se in maniera molto più marginale) al cinema inventivo di Gondry.

scena

I racconti dell'Orso (2015): scena

Tra sogno e realtà dunque (e qualche sequenza incrociata che interseziona i due principali snodi narrativi) una macchina è in viaggio nel profondo nord (ed è questo il vero inizio che affonda le sue radici nel reale) con a bordo due uomini e una bambina. Mentre i due adulti parlano fra loro delle bellezze dell’Italia e del suo clima, sul sedile posteriore, la bambina forse annoiata dalle chiacchiere dei grandi, lentamente si addormenta e durante il suo sonno ristoratore cullato da quel meraviglioso paesaggio boschivo che si intravede attraverso i finestrini,comincia anche a sognare una strana storia (quella a cui ho accennato sopra) che prende corpo sullo schermo, e ci mostrae parla di un alieno (una specie di monaco dalla faccia robotizzata vestito con una di tuta di color arancio) che insegue un’altra figura dalle sembianze un tantino più umane (ma non troppo): un omino vestito di rosso privo non solo degli occhi e della bocca, ma anche delle narici e dei capelli. I due – che non parlano il linguaggio umano ma si esprimono solo attraverso vocalizzi e mugugni infantili o sillabazioni robotizzate (tutto puntualmente sottotitolato per lo spettatore - vagano sulle sponde di un lago, si inseguono e si cercano fra contemplazione e mistero, tra pace e affanno. Noi nella sala siamo insieme a loro quando attraversano una landa boschiva, meravigliose oasi bucoliche e lande brulle quasi desertiche,alla palesericerca di un qualcosa che non viene definito, metafora evidente (è una mia personale interpretazione) che intende simboleggiare l’incontro fra due diversità (rese manifeste anche dai costumi che indossano) dentro a un contesto altrettanto inclassificabile, splendido e rasserenante, incontaminato e vitale (quasi un eden primordiale), ma al tempo stesso anche alienante nella sua disumana perfezione che sembra aver bandito (eliminato?) la presenza residua del genere umano al fine di salvaguardare la sua rigogliosa purezza.

Suggestioni magiche al confine del mondo reale dunque, regalateci da questa intrigante pellicola che – come si può ben osservare - non ha una storia vera e propria da seguire piena com’è di diramazioni che spingono in molte differenti direzioni: istintiva, selvaggia e minimalista, si appella soprattutto al magico (e nel magico cerca il suo significato e il suo valore). Una specie di gioco insomma immaginifico e fantastico pieno di sottintesi rimandi (non sempre facili da decifrare) ma che si avvertono prepotenti nel susseguirsi spasmodico delle inquadrature.

E’ davvero rischioso avventurarsi nella ricerca del senso preciso di questa azzardatissima operazione cinematografia di sperimentalismo totale e che per questo rifugge da ogni schema codificato rifiutando persino (come ho già accennato prima) il supporto canonico del parlato tradizionale, poiché a unire questo universo di bivi, divaricazioni e ritorni, c’è solo lo straordinario, singolare stile dei due giovanissimi registi che ha la prodigiosa capacità di catturare la fantasia dello spettatore (almeno con me ci è riuscito in pieno). senza fornire però sufficienti elementi atti a definire con assoluta chiarezza, gli effettivi contorni de racconto, al di la del fatto che si tratta di un sogno (nel finale, al risveglio della bimba, quello stesso peluche che abbiamo visto ferito in cima alla collina, lo ritroviamo adagiato nell’auto sullo stesso sedile dove ha dormito e sognato la ragazzina).

Ancora Zaccagnini ipotizza che potrebbe trattarsi di un apologo sull’amore, o anche di un’astrazione relativa ai bisogni primari del genere umano, scrivendo però in conclusione della sua coinvolgente recensione (e io sono assolutamente d’accordo con il suo pensiero) che di sicuro c’è solo che i due registi calano sul tavolo una fantasia creativa evidente e costantemente sorretta da limpide capacità registiche che ci fanno ben sperare sul loro futuro, ammesso e non concesso – purtroppo – che qualcuno offra loro la possibilità economica di realizzare ancora in tandem o ciascuno seguendo la sua personale vocazione, la loro seconda opera (e conseguenti).Per quel che ne so infatti, nonostante che siano trascorsi ben tre anni da questa bella opera prima, per il momento non si sta muovendo nulla in tale direzione.

 

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I racconti dell'Orso (2015): scena

 

1Molto meglio provarci navigando in rete: si sarà così molto più fortunati anche se ci si dovrà privare della magia del grande schermo della sala qui particolarmente importante per la natura stessa dell’opera-

 

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I racconti dell'Orso (2015): scena

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I racconti dell'Orso (2015): scena

 

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