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Il nome della rosa

Regia di Jean-Jacques Annaud vedi scheda film

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La recensione su Il nome della rosa

di Lehava
6 stelle

“Il nome della rosa” non è un libro della mia vita. E’ IL libro della mia vita. A partire da quel  14 Marzo 1987, ed una dedica sul tascabile della Bompiani, scritta nella seconda pagina e impressa nel mio cuore. Quando si ama molto un testo, si riconosce ogni parola già letta eppure ogni volta ci si scopre sorpresi dalla bellezza, è difficile guardare con obbiettività una trasposizione cinematografica. Per anni ho ricordato con sufficienza e stizza la pellicola di Annaud, trovandola ingenua, superficiale, poco rispettosa del testo. Fino all’anno scorso.  Nella vita solo gli stupidi non cambiano idea, e ammettono un errore. Io spero sempre di non essere inserita in quella categoria. E in una visione forse più equilibrata mi sono ritrovata ad apprezzare questo film, riconoscendone molti meriti. Non potrà mai essere come il libro, il mio libro. Ed è giusto così, la scrittura non è l’immagine.  Ma Annaud ha costruito un’opera corretta, intrigante e visivamente molto bella.

Campo lungo d’ingresso. In lontananza, nella valle ghiacciata, e alla prima luce del giorno, due figure si distinguono appena, muovendosi lungo un sentiero verso le montagne. Annaud ha ben imparato la lezione di Eco, che nelle postille ci dice …come il pittore dipinge pensando allo spettatore del quadro. Dopo aver dato un colpo di pennello, si allontana di due o tre passi  studia l’effetto… così uno autore scrive pensando ad un lettore ideale. Ed un regista ad uno spettatore. Ecco quindi che siamo presi per mano ed introdotti poco a poco nel ritmo antico e lento della “storia”: il campo si stringe sempre più sui due protagonisti fino a farceli conosce come soggetti, contestualizzandoli in quello che sarà il loro microcosmo ideale e spaziale: l’abbazia. Guglielmo da Baskerville, un po’ Guglielmo da Occam (logica estrema, lotta alle astrazioni, a me cordialmente antipatico con quel rasoio sempre in mano) un po’ Ruggiero Bacone, un occulto empirista.  Adso da Melk, novizio curioso e spaventato, voce narrante in film e testo;  sempre nelle postille dice Eco … Sin dall’inizio volevo raccontare tutta la storia .. con la voce di qualcuno che passa attraverso gli avvenimenti, li registra tutti … ma non li capisce … Far capire tutto attraverso le parole di qualcuno che non capisce nulla...  La sguardo spesso smarrito di Slater è perfetto. Poi c’è il terzo protagonista, il convitato di pietra direi: l’abbazia. Che nel testo come nel film, vive, respira, agisce, ha anima propria. L’ambientazione è molto bella, riesce a rendere con efficacia quel senso immediato di soggezione, sottile timore, quiete senza serenità che pervade alla vista degli edifici. Il primo vero dialogo articolato (ed il resto del film sarà improntato sui dialoghi in uno spazio interno ristretto) è quello  fra l’abate e Guglielmo, nella cella dello stesso. Ben strutturato  seppure non aderente in pieno al testo, ci catapulta definitivamente nel plot: un evento nefasto e inspiegabile, la morte del giovane monaco Adelmo da Otranto  si è abbattuta sulla comunità. Proprio in un frangente tanto delicato: l’incontro informale fra legali papali ed i rappresentanti dell’ordine francescano, in preparazione di una visita ufficiale ad Avignone di Michele da Cesena ed i suoi fidati “collaboratori”. Non si ha certo il tempo per dilungarsi sulle questioni filosofiche, storiche, religiose che tanto peso hanno nel romanzo e ne determinano il ritmo, le “arie” (così le chiama Eco) e che tanto piacciono a chi (e mi inserisco nel gruppo) ha dimestichezza con il Medioevo. Ma riesce comunque a farci capire il necessario senza appesantire la sceneggiatura. Che resta incentrata sul “thriller”: la serie di morti violente che si susseguono all’interno della abbazia benedettina. Guglielmo, da Baskerville/da Occam/Bacone che diventa dunque  Sherlock Holmes: arguto, inesorabile, ovviamente logico. Un uomo sensibile, ma non di cuore,  sempre nelle postille … le sue emozioni erano tutte mentali, oppure represse...  Il suo sogno proibito è la biblioteca, il sapere. La sua pietà è solo per i libri  … La biblioteca brucia … E come l’angelo mi parlò Guglielmo appoggiandosi esausto allo stipite della porta: “E’ impossibile, non ce la faremo mai, neppure con tutti i monaci dell’abbazia. La biblioteca è perduta”. Diversamente dall’angelo, Guglielmo piangeva. L’interpretazione di Connery è controllata e pertinente. Attorno ai tre protagonisti  un universo di personaggi curiosi  tutti ben delineati, tutti ben interpretati: il sornione e politico abate Abbone, Salvatore ex servo della gleba, demente ma non stupido, l’imperscrutabile Malachia - bibliotecario, l’untuoso Berengario-aiuto bibliotecario, il lussurioso e ribelle Remigio da Varagine. Deludente invece Ubertino da Casale e Michele da Cesena, forse proprio per la necessità di sintesi di tematiche, forse perché per chi li ha studiati e analizzati vederli muoversi sul grande palco del libro crea un’emozione speciale, ma non ripetibile. Non sullo schermo.  La difficoltà della sceneggiatura nel maneggiare la materia storico/filosofica diventa evidente nel personaggio di Bernardo Gui. Questo sì un grosso passo falso. In fin dei conti una resa alla spettacolarizzazione, ed una mancanza di fiducia nello spettatore: il vero “cattivo” è Jorge: …”Tu sei il diavolo” disse allora Guglielmo … “Sì ti hanno mentito. Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio. Il diavolo è cupo perché sa dove va, e andando va sempre da dove è venuto. Tu sei il diavolo e come il diavolo vivi nelle tenebre…”. Jorge è il deus ex machina, non un assassino convenzionale certo ma pur sempre un assassino: … “Io non ho ucciso  nessuno. Ciascuno è caduto seguendo il  suo destino  a causa dei suoi peccati. Io sono stato solo uno strumento. ..”. La sceneggiatura doveva dedicare maggiore attenzione e spazio a questo personaggio, ed invece spinge l’acceleratore sulla malvagità e sul sadismo di Bernardo. E lo spettatore concentra eccessivamente la propria attenzione sul rapporto Adso-ragazza-Bernardo, che dovrebbe essere invece del tutto marginale rispetto al contesto. Non è un caso che, in una visione moderna e consolatoria, nel film Bernardo viene punito, mentre la ragazza si salverà quando invece  nel testo Bernardo fa essenzialmente il suo sporco lavoro di inquisitore (non che ci sia simpatico, ed un pochetto sadico lo era ovviamente!) e sostenitore delle posizioni papali mentre la sorte della ragazza è crudamente palesata : … “La ragazza è perduta, è carne bruciata … sarà sotto tortura, quindi sul rogo. Diventerà … sangue, umori e bile…”. Possiamo demonizzare Bernardo, ma il colpevole è sempre e comunque Jorge. Al di là di alcune ingenuità dunque, il film ha pathos, ritmo, e fascino (bellissima la biblioteca, diversa dal testo dove non vengono menzionate le scale, a me ricorda molto le stampe di Piranesi). La vera grossa, grande pecca, è una: la mancanza totale di ironia. Il testo di Eco è divertente, dissacrante, perfino comico in alcuni punti (il sogno di Adso per esempio). Alcune battute sono strepitose. Dice Adso di Guglielmo: “…Qualche volta, come accadde all’abbazia passava tutta la giornata muovendosi per l’orto, esaminando le piante come fossero crisopazi e smeraldi, e lo vidi aggirarsi per la cripta del tesoro guardando uno scrigno tempestato di smeraldi e crisopazi come fosse un cespuglio di stramonio…” E che dire del .. “Presto" mi incitò ancora Guglielmo "se no quello di mangia tutto l’Aristotele…”. Nel film, del “piacevole” (così lo chiama Eco nelle postille) non c’è traccia. Avrebbe dovuto esserci. 

Comunque, alla fine di tutto, un buon lavoro.  E chiudo, … fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittua, non so per chi … Spero per alcuni fra voi.

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