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Belladonna of Sadness

Regia di Eiichi Yamamoto vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Belladonna of Sadness

di Genga009
8 stelle

Terzo capitolo del progetto Animerama di Eiichi Yamamoto e Osamu Tezuka. Belladonna of Sadness è una delle punte di diamante di un'animazione visionaria, politica, d'impatto e anticonformista come quella degli anni Settanta.

Il progetto Animerama nacque negli anni Sessanta dalla mente di Osamu Tezuka. Visto il successo internazionale che aveva avuto Astro Boy (1964), la Mushi Production, studio d'animazione di Tezuka, volle mettere in gioco ogni sua risorsa per realizzare tre lungometraggi di animazione "adulta", appartenenti alla corrente dei cosiddetti "pink films". Tale trilogia venne affidata al regista Eiichi Yamamoto (Astro Boy, Kimba Il Leone Bianco, Space Battleship Yamato, Odin) che, proprio grazie alla terza opera del progetto - Belladonna of Sadness - , ancora oggi viene considerato uno degli autori giapponesi più importanti della storia del cinema d'animazione.

 

 

locandina

Belladonna of Sadness (1973): locandina

 

 

Belladonna of Sadness è l'unico film del progetto Animerama a non essere stato scritto dal "Dio del manga". La pellicola, nonostante la presentazione al 23° Festival del Film Internazionale di Berlino, fu un flop enorme e contribuì in maniera considerevole al fallimento dello studio d'animazione di Tezuka. La storia, libera rivisitazione del saggio La Sorcière (1862) di Jules Michelot, è ambientata in un Medioevo cupo e violento, dove non esitono giustizia e perdono e dove la perdizione è sinonimo di stregoneria.

 

Jeanne è una donna giovane, bellissima e sensuale, sinceramente innamorata di un povero commerciante di nome Jean. I due amanti decidono di sposarsi, tuttavia, durante la prima notte dopo le nozze, la ragazza deve subire un sadico e terribile ius primae noctis da parte del feudatario locale e dei suoi cortigiani. Per Jeanne comincia così un incubo da cui si potrà risvegliare solamente invocando la parte di sé più segreta e più sincera. Il diavolo fa così la sua comparsa, cercando di ammaliare l'animo fragile della donna che, in un primo momento, decide di dedicargli solamente il suo corpo, così da preservare il proprio spirito devoto a Dio.

Dopo l'avvento del demone, i due sposi sembrano essere tornati a sorridere: gli affari vanno sempre meglio, Jean è stato chiamato dal re in persona che, dovendosi assentare dal trono per una campagnia di guerra, proclama il ragazzo capo esattore del paese, Jeanne diventa una donna potente che veste i nobili. La coppia, tuttavia, non vive in armonia. Nel popolo cresce giorno dopo giorno un sentimento d'invidia sempre più accecante, i due sposi sono esclusi dalla vita sia al villaggio sia a corte, Jean è perennemente ubriaco, picchia Jeanne che, invece, impassibile rinnova continuamente l'amore verso il suo "strumento contro la solitudine" (come il diavolo definisce il marito). Quando il re torna dalla guerra, la reggente del trono e il popolo aizzano una rivolta verso Jeanne, macchiandola del crimine di stregoneria perché diventata ricca in troppo poco tempo. La ragazza perde ancora una volta tutto ciò che si era costruita con tanti sacrifici: viene denudata, derisa, picchiata, ferita. Jean, per paura di una reazione delle guardie, non apre le porte di casa alla moglie, che in fin di vita tenta una fuga disperata verso le lande desolate, dove né i cittadini né i soldati possono raggiungerla.

 

 

scena

Belladonna of Sadness (1973): scena

 

 

Qui Jeanne decide di non opporsi più alle lusinghe del diavolo. Ormai rassegnata e priva di un'identità, di un posto dove andare o in cui tornare, di un destino che non sia la morte imminente, la protagonista rompe il patto con Dio e dedica la sua anima al demonio, il quale, in preda all'estasi, si immette nel corpo segnato e avvenente della ragazza creando così quello pseudonimo di belladonna che altro non è che la vera essenza di Jeanne.

 

Il termine belladonna allude al nome comune di una pianta dalle bacche e foglie altamente tossiche, le quali possono essere usate come veleno letale o sotanza psicotropa dagli effetti allucinogeni. Ciò implica, dunque, qualcosa di estremamente pericoloso ma, al contempo, seducente, delizioso, ammaliante.

 

La protagonista, ora sicura e dagli atteggiamenti provocanti, torna al villaggio - intanto decimato dalla peste bubbonica - invitando tutto il popolo a godere delle sue pozioni e stregonerie. Jeanne regala a chi viene al suo cospetto cure per la pestilenza, visioni di parenti defunti, elisir d'amore, piaceri sessuali e droghe dal dolce profumo. Tutto il regno comincia ad adorarla, a richiedere il suo aiuto, ad invocare la sua pietà per le efferate azioni commesse in passato. Il re, spinto dalla nobiltà e servendosi di Jean per convincerla, richiede la sua presenza a palazzo. Cerca così di piegare la protagonista a diventare sua diretta suddita, promettendole ricchezza e tranquillità. Al rifiuto della proposta da parte di Jeanne, il re si infuria e fa mettere al rogo la donna. Jean e il popolo cercano di opporsi, venendo tuttavia brutalmente trucidati o comunque messi a tacere. Si chiude in questo modo l'epilogo del film, con "La Libertà che guida il popolo" (1830) di Eugene Delacroix come ultimo dipinto che chiude definitivamente il minutaggio dell'opera.

 

 

scena

Belladonna of Sadness (1973): scena

 

 

Belladonna of Sadness è un inno all'emancipazione femminile. Lo si intende dal nome della protagonista, suggerimento a Jeanne D'Arc, la Pulzalla d'Orleans che, a capo dell'esercito, guidò i francesi contro le truppe inglesi, da questi ultimi poi messa al rogo perché considerata eretica e successivamente beatificata e resa storicamente canonica dalla Chiesa Cattolica. Inoltre, prima della comparsa del celeberrimo dipinto di Delacroix durante il finale, le sequenze conclusive dell'opera lanciano un importante messaggio di rivolta verso le istituzioni e di vera e propria emancipazione, dato che il film è uscito esattamente nel periodo in cui, nel 1973, il Movimento di liberazione femminile giapponese era in pieno fermento e, per la prima volta, migliaia di donne marciavano per le strade di Tokyo assieme agli uomini durante le manifestazioni.

 

 

scena

Belladonna of Sadness (1973): scena

 

 

Tecnicamente, il lungometraggio trae ispirazione dai film indipendenti di Yoji Kuri, dall'arte figurativa del secessionismo viennese, de La Belle Epoque e dell'Art Noveau. L'erotismo e la violenza sono inscenate da metamorfosi geometriche e cromatiche; un rocambolesco concerto psichedelico rappresentante le pulsioni sia umane sia demoniache (da daimon: socratica guida divina, essenza dell'anima, coscienza morale) che prova la protagonista mentre raggiunge gli orgasmi. Nella messinscena concorrono tavole dai forti connotati ripresi da Gustav Klimt, dai tarocchi del XV secolo, dalle illustrazioni di Harry Clarke e di Aubrey Beardsley.

 

La colonna sonora del film aumenta esponenzialmente la volontà dell'opera di porsi come spettro fuori tempo del proprio periodo storico, un Medioevo violento come lo sono i primi anni Settanta in Giappone, vissuti dal popolo sia come anni di fuoco sia come momenti di perdita d'integrità nazionale, quest'ultima soffocata dal colonialismo americano post-Seconda guerra mondiale. Lo psy-rock presente in Belladonna of Sadness enfatizza i dipinti che costituiscono l'opera, accompagnando le vicessitudini di Jeanne con creative cerimonie alla Jefferson Airplane, interessanti coesioni e fusioni tra rock e jazz alla Mothers of Invention. La musica è in pieno stile "west coast", dove il genere psichedelia arrivava direttamente dalle radiofoniche composizioni beat dei Beach Boys e dagli sfrenati virtuosismi chitarristici di Dick Dale & the Deltones. Pianoforte e ottoni, tuttavia, sono gli strumenti predominanti nell'opera; struttura portante di intere atmosfere allucinogene, quasi richiamando rituali afro-jazz alla Sun Ra.

 

 

scena

Belladonna of Sadness (1973): scena

 

 

Belladonna of Sadness è un film che definisce l'animazione adulta giapponese in tutta la sua elegante magnificenza. Mentre in occidente, più o meno nello stesso periodo, nasce il cinema animato "vietato ai minori di 18 anni" con Fritz Da Cat (1972), opera dissacrante, acida, ripugnante, eccessiva e caricaturale, in Giappone questa categoria si sviluppa in modo decisamente più ricercato e forbito dalle opere di Yoji Kuri al progetto Animerama.

 

Sarebbe interessante, in un secondo momento, analizzare cosa abbia portato i giapponesi ad abbassare le opere adulte da allegoriche a ciò che è l'industria odierna dei prodotti ecchi ed hentai, generi che a livello mediatico ormai si pongono - quasi come cliché - sopra le poche ma estremamente valide opere fumettistiche e animate che ancora vengono realizzate nel paese del sol levante. Se, tuttavia, un'opera è pur sempre figlia del suo tempo, credo di aver già trovato la risposta a questo ovvio dilemma.

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