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La ragazza senza nome

Regia di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne vedi scheda film

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La recensione su La ragazza senza nome

di Peppe Comune
8 stelle

Jenny Davin (Adèle Haenel) è un medico generico che lavora presso un ambulatorio. Un giorno, mentre si attarda nello studio a causa di una discussione con Julien (Olivier Bonnaud), il suo assistente, sente suonare il citofono. Presa dalla discussione, Jenny decide di non rispondere, anche perché si era ben oltre l’orario di chiusura dall’ambulatorio. Il giorno dopo, si viene a sapere che una donna trovata morta poco lontano dallo studio è la stessa che la sera precedente aveva citofonato. Jenny si sente in colpa per le sorti della povera donna (Ange-Dédora Goulehi) e visto che ancora nessuno è venuto a reclamarne la scomparsa, si sente moralmente obbligata a dare una precisa identità alla donna. Così si mette a fare domande in giro, mostrando la foto di una ragazza che non ha ancora un nome.

 

Adèle Haenel

La ragazza senza nome (2016): Adèle Haenel

 

“La ragazza senza nome” dei fratelli Dardenne è un film che pone al centro della storia il tema della responsabilità di fare una scelta. Il film parte da una decisione innocua come quella di non rispondere al citofono, la scelta più normale da prendere in quel momento. Poi si vuole dimostrare che, per quanto banale, ogni scelta è suscettibile di produrre effetti più o meno importanti su altre persone. Quindi, si segue ossessivamente Jenny logorata dal senso di colpa per aver effettuato in una circostanza banale una scelta sbagliata.

C’è la solita poetica dei fratelli Dardenne in questo film, il cui cinema non vive di colpi scena ripetuti o svolte di scrittura volte a ridestare continuamente l’attenzione dello spettatore. La sua forza no si regge nel sapersi presentare al pubblico facendo bella mostra delle formule alchemiche a disposizione del cinema per ammaliare il pubblico a comando. Ma nell’audacia di mostrarsi sempre coerenti rispetto al rigore della cifra stilistica adottata. I Dardenne ci chiedono di seguire la quotidiana liturgia della vita e fare attenzione alle ripetute offese che si fanno alla sua immutabile sacralità (in una maniera rispettosamente “Bressoniana” anche). E’ un rigore etico che si fa istanza spirituale quello che applicano alla sostanza del loro modo di fare cinema. Nei loro film accade sempre e solo un fatto fondamentale, che fa poi da catalizzatore per l’incontro-scontro di tensioni morali, disagi esistenziali, povertà materiali, scompensi emotivi. Si pedinano vite che si confrontano con le invariabili situazioni che il vivere ordinario apparecchia ogni giorno, semplicemente ed imprescindibilmente. A loro non serve allargare il campo per mostrare la faccia del mondo, gli basta rimanere su particolari spaccati di vita per farcene scorgere le sembianze. Detto altrimenti, il cinema dei fratelli Dardenne è come un termometro che serve a misurare lo stato febbrile del mondo contemporaneo.

Jenny è dunque un altro personaggio tipico della nutrita galleria dei fratelli belgi, una ragazza che sembra avere abbastanza vita per vivere un rapporto pacificato con tutto ciò che la circonda, ma che invece dimostra di avere con la vita un rapporto tutt’altro che risolto. Di lei sappiamo solo che è un medico molto apprezzato, sia dai suoi colleghi che dai pazienti che si susseguono nell’ambulatorio, molto disponibile e scrupolosa. Poi niente, della sua vita conosceremo solo quella che ci verrà mostrato dalla macchina da presa. Ma sin da subito la sensazione è quella di trovarci al cospetto di una ragazza sensibile ed altruista, evidentemente a disagio in un mondo dove ognuno sembra trovare più conveniente voltarsi dall’altra parte. Uno stato caratteriale che conoscerà eccessi di responsabilità indotta a causa della sorte capitata alla ragazza senza nome. Il suo senso di colpa nasce da una scelta sbagliata, scelta che, per una volta, le ha fatto propendere per la superficialità di atteggiamento piuttosto che per la scrupolosità professionale che il suo ruolo impone di avere sempre. A mio avviso, dal concretizzarsi di questo senso di colpa ne deriva un rapporto assolutamente complementare tra le due donne : una, onnipresente, che tutti conoscono ma a cui nessuno presta soccorso ; l’altra, assente, che non vediamo mai (salvo in un piccolo fotogramma di una videoregistrazione) e che nessuno sembra conoscere. Nel suo voler ricostruire l’identità della donna, Jenny si trova di fronte un inespugnabile muro di omertà, come se lei non fosse mai esistita e che proprio a nessuno interessi la sua morte gratuita. La complementarietà tra i due personaggi si evince appunto dal fatto che le ricerche di Jenny, non sono solo indirizzate dall’istintivo egoismo di voler porre un argine definitivo al suo disagio morale, ma anche (se non soprattutto) dalla volontà altruistica di non lasciare che la morte di una donna rimanga impunemente nell’oblio. Per Jenny, non dare un nome a quella ragazza significherebbe prolungare gli effetti della morte anche alla sua vita trascorsa (somigliando in questo al John May di “Still Life”, il bel film di Uberto Pasolini).

“Non aprire un’ora dopo la chiusura dell’ambulatorio non è una colpa”, si sente ripetere più volte Jenny, ed è vero, lei stessa non ha risposto al citofono rispondendo a questo semplice richiamo. Ma il suo ruolo di medico gli impone o no una responsabilità sociale che dovrebbe andare ben oltre la vocazione impiegatizia di contabilizzare ogni ora di lavoro che passa ? É questo è il dilemma morale che nasce in lei ed unisce indissolubilmente il destino delle due donne. É da li che nasce il suo senso di colpa, non tanto nell’aver sbagliato una scelta come medico nell’esercizio delle sue ordinarie funzioni, ma nell’essersi banalmente comportata come una donna superficiale. Ed è sempre li che troviamo la sottotraccia “sociologica” sempre presente nei pedinamenti “ad personam” praticati dai Dardenne.  

In definitiva, “La ragazza senza nome” è il solito film dei fratelli Dardenne, impegnato e rigoroso, anche se meno riuscito rispetto ai precedenti. Probabilmente, la curvatura leggermente noir presa dalla storia ha generato qualche sbavatura narrativa, facendo sfumare il solito rigore etico in una traccia stilistica non proprio usuale (ea esempio, la risoluzione del delitto non mi ha convinto appieno per come è stata architettata). Rimane comunque cinema importante di cui consigliare sempre la visione.   

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