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Land of Mine - Sotto la sabbia

Regia di Martin Zandvliet vedi scheda film

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La recensione su Land of Mine - Sotto la sabbia

di alan smithee
7 stelle

Un manipolo di soldati-bambini utilizzati come cavie per sminare aree costiere dell'appena liberato territorio danese, sancisce un patto di solidarietà tra costoro ed un sergente solo apparentemente disumano e vendicativo.Un film delicato e drammatico sulle sfumature in grado di trasformare la bestia che coltiviamo, ridandole la dignità che merita

 

CANDIDATO ALL'OSCAR 2017 COME MIGLIOR FILM STRANIERO 

Al termine del Secondo conflitto mondiale, la Storia ci insegna e ricorda che un folto gruppo di soldati tedeschi furono costretti a restare in territorio danese, impiegati nel rischiosissimo lavoro di sminamento di vasti appezzamenti strategici di territorio: valichi, spiagge e altri terreni indispensabili per il collegamento dei vari territori. Un numero spesso imprecisato di ordigni, nemmeno mappato, che rendevano inaccessibile o rischisissimo il percorrere senza controllo vaste aeree di territorio, necessariamente da bonificare.

Ad un sergente di mezza età, devastato come tanti dalle tirannie subite in tempo di guerra, vengono assegnati un manipolo di ragazzi poco più che bambini, col compito di farli procedere a rendere agibili un lungo tratto di costa.

La tenera età non li risparmia dall'atteggiamento ostile del superiore, severo, arrogante e anche violento, ogni qualvolta se ne presenta l'occasione od il pretesto: una minaccia che tuttavia è ancora poca cosa rispetto al rischio che tali giovani assumono nel loro stancante lavoro, sempre sul punto di rimanere coinvolti un una esplosione dei pericolosi ordigni che costoro cercano di disinnestare definitvamente.

Ma quando la ragione umana ed il cuore hanno la meglio sul principio e sul sentimento di vendetta di cui è stata portatrice la guerra, nutrito e reso implacabile costui da persecuzioni indicibili subite dal popolo invaso per opera dell'aggressore tedesco, ecco che certi atteggiamenti e arroganze lasciano il posto ad un sentimento di ben altra natura, che restituisce all'uomo la dignità che egli merita, ogni volta che questi abbandona e mette da parte gli strascichi bestiali e disumani di cui è stato vittima e di cui ora si sentirebbe tendenzialmente autorizzato a proporsi come legittimato, nei confronti della parte un tempo nemica e devastatrice, ora pure lei vittima designata ed incolpevole.

Land of mine, opera terza del regista danese Martin Zandvliet, è un film importante sulla metamorfosi che  una mente sconvolta dall'orrore subisce non appena si rende conto di essere divenuta nulla di meno di ciò che il suo aguzzino rappresentava per lui nei lunghi estremi anni dell'invasione tedesca ai danni del proprio paese.

Il film, scritto con linearità ed una semplicità scaltramente ed efficacemente orchestrata in modo da farsi apprezzare e conquistare con forza da parte di una buona percentuale di pubblico indistinto - nonostante le scene forti e crudeli inevitabili in quel contesto post-bellico dai risvolti davvero drammatici - ha momenti molto intensi e forti di introspezione da ambo le parti, vittime e carnefici, dopo che la fine della guerra ha rivoltato le carte in gioco; ma si fa forte altresì di qualche furbizia di troppo, che pervade la pellicola specialmente nel momento in cui essa è impegnata a descrivere un atteggiamento un pò troppo altalenante e soggetto a mutamenti da parte del sergente protagonista (una belva rancorosa e ferita nella psiche che sa divenire umana e collaborativa, e tornare aguzzino spietato fino al momento di ricredersi definitivamente): i suoi comportamenti da sadico, alternati ad attimi di umanità fino a poco prima impensabili, sbilanciano troppe volte la pellicola facendo perdere solo parte del pathos che la vicenda si portava dietro.

Il film di fatto risulta, nonostante l'appunto di cui sopra, un prodotto valido e ben interpretato: certo, esso si concede un pò troppo ai sentimenti primari, quelli che ci rendono esseri umani e ci allontanano dagli istinti bestiali che la guerra alimenta travolgendoci e rendendoci irriconoscibili, giocando con la sensibilità del pubblico e con l'emotività che certe azioni violente riescono a produrre dentro di noi, abituati certo alla rappresentazione della violenza in molte delle sue più tremende sfaccettature, ma sempre pronti a rimanerne colpiti e sconcertati quando essa prende di mira la gioventù senza colpe, e la sua innocenza "divina".

 

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