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Heart of a Dog

Regia di Laurie Anderson vedi scheda film

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La recensione su Heart of a Dog

di EightAndHalf
8 stelle

Il quadro di Goya che Laurie Anderson preferisce – sarà intuitivo per chi conosce il pittore spagnolo – è Il cane interrato nella rena (1819-1823 ca.), quello in cui su uno sfondo dorato il muso di un cagnolino appare a irrompere in uno splendido oblìo. È così che dobbiamo immaginare il viaggio della cagnetta Lorabelle dopo la morte, nel Bardo, che secondo Il libro Tibetano dei Morti è il (non-)luogo in cui l’anima vaga per 49 giorni subito dopo aver esalato l’ultimo respiro. Laurie Anderson ha intenzione, con Heart of a Dog, di ricostruire quel viaggio.

 

 

Si potrebbe pensare che lo spunto estetico fondamentale per il film di Laurie Anderson sia l’ultimo cinema di Godard: parole scritte su schermo nero, il montaggio in apparenza puramente teorico, la riflessione metacinematografica sull’immagine. Ma di questi tre aspetti, solo il terzo può dirsi vicino alle riflessioni artistiche del regista francese. Rispetto per esempio ad Adieu au langage, Heart of a Dog può dirsi più personale, più umorale, anche se in certi momenti altrettanto criptico. Come se quel Godard fosse un po’ un’apocalisse generale del linguaggio e della comunicazione, mentre questo della Anderson fosse più l’apocalisse privata di una donna che vive ironicamente il confine fra la vita e la morte, fra il mondo spettatoriale e il mondo interno al film, ciò che può essere esperito/tradotto in parole e ciò che invece per Wittgeinsten semplicemente non esiste.

 

 

Enrico Ghezzi nota la straordinaria importanza della sequenza in cui un uomo della vita di Laurie propone come prima personale opera d’arte un edificio spaccato esattamente a metà, e riflette su come questa spaccatura sia quella tra i mondi citati nel paragrafo precedente (in particolare il mondo fuori e il mondo dentro il film), e su come siano l’amore e l’affetto ad avere il compito di colmarla. Effettivamente Heart of a Dog è un’indagine che sonda le possibilità dei limiti, ne tratteggia le fattezze, fino a sfidarli in alcune sequenze apertamente oniriche in cui si simula, appunto, un pellegrinaggio (“verso dove?”) nel Bardo. Alla fine Laurie Anderson non si pone dilemmi particolarmente nuovi, ma è la sua capacità di gestire e plasmare il sentimento umano, l’emozione spettatoriale, con un’alternanza sincopata di quieta disperazione e pungente ironia, con uso sapiente del mezzo filmico, a rendere la sua opera una vera e propria esperienza per nulla documentaristica, poiché pur raccontando una “storia per immagini”, la vedova di Lou Reed utilizza la voce come parte integrante del suo sogno-film, il naturale sottofondo al procedere inesorabile della vita e della (di lei) coscienza, sicuramente anti-narrativa, dosata al ritmo del rintronare dei suoi vuoti e dei suoi affetti perduti.

 

 

Every love story is a ghost story. [David Foster Wallace]

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