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Certain Women

Regia di Kelly Reichardt vedi scheda film

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La recensione su Certain Women

di maurizio73
6 stelle

Un armamentario di specchi, finestre, recinti che rimandano, inquadrano, isolano le quattro protagoniste nella rassicurante gabbia di una esperienza privata di infelicità tutte diverse come sanno essere le infelicità di ciascuno eppure così simili nella frustrazione di una condizione femminile avara delle ordinarie soddisfazioni della vita.

Storie di donne sullo sfondo rurale del Montana: una avvocatessa alle prese con i pregiudizi di genere; la moglie dell'amante dell'avvocato con la voglia di costruire qualcosa; una mandriana nativa si invaghisce della sua giovane insegnante di legge.

 

locandina

Certain Women (2016): locandina

 

Certe donne la strada non conta
E quello che conta è sentire che vai… 

 

Dopo quattro collaborazioni di fila con lo scrittore Jonathan Raymond e prima dell'ultima (First Cow) ancora tratta da un soggetto dello stesso autore, la regista di Miami coferma la sua vocazione letteraria al minimalismo cinematografico con questo ensemble per voci femminili sullo sfondo di una provincia americana di solitudini e incomprensioni, dove la realizzazione personale e professionale è un miraggio che si può dissolvere nell'alba livida di un parcheggio metropolitano o nella notte inquieta di un sequestro in tribunale, tra i blocchi di arenaria di un progetto che non prende forma e la sfiancante spola di un faticoso apprendistato. Con la sua peculiare attitudine ad isolare il vissuto dei suoi irresoluti personaggi, la Reichardt inquadra e confina le sue quatttro protagoniste nella angusta cornice di un eremo provinciale circondato dai monti e raggiunto dalla strada ferrata di una via all'Ovest che sembra non aver mantenuto le sue antiche promesse di libertà ed emancipazione, dove il tran tran di una professione di tollerabili insoddisfazioni quotidiane o la triste routine di una vita all'aperto confinata dalle palizzate di un recinto per cavalli sono la strada senza uscita verso una felicità senza speranza. Un armamentario di specchi, finestre, recinti che rimandano, inquadrano, isolano le quattro protagoniste nella rassicurante gabbia di una esperienza privata di infelicità tutte diverse come sanno essere le infelicità di ciascuno eppure così simili nella frustrazione di una condizione femminile dove è altrettanto difficile ottenere credito e autorevolezza in un mondo di uomini fedifraghi ed egocentrici o di manifestare apertamente i propri sentimenti verso un'altra donna da parte di una mandriana autoctona che si avventura impavida tra gli sguardi sprezzanti di insegnanti ad un corso di aggiornamento. Nelle molteplici potenzialità del concetto di famiglia il filo conduttore di un film che ci parla di scelte di vita all'insegna di un consapevole disimpegno, di un inconsapevole fallimento e di una velleitaria irrealizzabilità, dove è sempre e comunque la donna (almeno quella che resta e non quella che parte come la signora Fuller!) l'anello debole di un contratto sociale che esige abnegazione e incondizionata sottomissione. Forse manca qualcosa a queste storie (o al modo di raccontarle) o forse è solo lo specchio di una carenza umana che la vita difficilmente riesce a colmare, per un film che frammenta e lascia in sospeso, suggerisce e abbandona al proprio destino, in una girandola di vite in cui i rimasugli di esistenze irrealizzate si manifestano nella disillusione di un sentimento non corrisposto e nell'inutile chiacchiericcio di un patrocinato senza speranza, o si materializza nel cumulo di macerie cui si è ridotta una vita familiare che non ha saputo dare senso compiuto alla parola casa. Presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2016, premiato come miglior film BFI London Film Festival dello stesso anno, ha riscosso unanime consenso di critica e rappresenta ad oggi il film con il maggiore incasso di sempre per la regista americana.

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