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I miserabili - Caccia all'uomo

Regia di Riccardo Freda vedi scheda film

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La recensione su I miserabili - Caccia all'uomo

di LorCio
7 stelle

Negli anni quaranta le grandi case di produzione che si risvegliavano dopo la guerra ebbero l’intuizione di rispolverare il genere del grande feuilleton cinematografico. Film dai costi non eccessivi, eppure dignitosi nella realizzazione e pieni di attori di prima fascia, in larga maggioranza suddivisi in due puntate. Il prototipo è il dittico Noi vivi e Addio Kira di Goffredo Alessandrini, uscito in piena guerra. Esemplari sono i casi de Il fiacre n. 13 di Mario Mattoli (le cui scenografie e costumi furono riciclati da I due orfanelli con Totò, di maggiore successo), Eugenie Grandet e Daniele Cortis di Mario Soldati, La figlia del capitano di Mario Camerini, I fratelli Karamazoff, Resurrezione, fino al mastodontico Fabiola di Alessandro Blasetti. L’intento è semplice: riportare al cinema le masse popolari servendosi dei testi della grande letteratura popolare, che vuol dire rischiare poco (sono storie che vivono della capacità di presa sul pubblico), investire non troppo (scene di cartapesta, costumi via via riadoperati, attori e registi già sotto contratto), incassare tanto (i circuiti provinciali e parrocchiali).

 

 

Non fa eccezione la trasposizione de I miserabili, suddivisa in Caccia all’uomo (dramma umano) e Tempesta su Parigi (dramma storico). Cinema popolare all’ennesima potenza, che pur non rinunciando alle lezioni morali del testo d’origine privilegia l’azione spettacolare alla fedeltà al testo, giocando quasi tutto sulla dualità manichea tra l’ex galeotto Jean Valjean e il poliziotto Javert, cioè tra l’astuzia al servizio della bontà e l’applicazione ottusa della legge, una caccia all’uomo che ha più di una problematica (sono entrambi due disperati, ma se Valjean è l’incarnazione della speranza, Javert ne è la negazione). Tradendo con parsimonia ma non timidamente l’opera di Victor Hugo (alla sceneggiatura ha collaborato anche Mario Monicelli), pur in un’atmosfera un po’ didattica e pedante e in un clima di decoroso mestiere, il film se da una parte si pone l’obiettivo del “film di caccia” con un buon lavoro sulla tensione emotiva, dall’altra coglie bene i fermenti rivoluzionari con vaghe allusioni alla situazione italiana di qualche anno prima.

 

 

Abbastanza divertito, Gino Cervi copre un arco esistenziale di circa mezzo secolo e riesce a non avere mai un’età, come gli eroi dei fumetti. Al contrario, il tedesco Hans (Giovanni nei titoli postbellici) Hinrich non ha un filo di trucco che esprima il corso degli anni, come se il suo Javert si faccia eterno paradigma della propria funzionalità narrativa (Javert più come modello che in quanto personaggio). Valentina Cortese si muove discretamente nel doppio ruolo di Fantine e Cosette. Andreina Pagnani, futura signora Maigret al fianco di Cervi, appare come Suor Simplicia. Scene di Dario Cecchi, cartoni splendidamente teatrali. Si potrebbe individuare in questi Miserabili l’idea primigenia del sceneggiato televisivo degli anni sessanta, o perlomeno la sua attuazione ideale e compressa, con maggiore azione ed indiscutibile ritmo.

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