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Lo chiamavano Jeeg Robot

Regia di Gabriele Mainetti vedi scheda film

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La recensione su Lo chiamavano Jeeg Robot

di GIANNISV66
10 stelle

Una nuova via (italiana) al cinema supereroistico? No, piuttosto una nuova via italiana al cinema. Un film di genere che non appartiene ad alcun genere.

 

La via italiana verso il cinema supereroistico passa dalla parti di Tor Bella Monaca e si veste dei panni di uno spiantato che in fuga dalla polizia si getta nel Tevere dove spera di trovare la salvezza dalla probabile galera e dove invece trova una insperata alternativa di vita.

Ovviamente ho barato, così come ha barato il regista. I supereroi (azi il superoeroe) c'è ma siamo quanto più lontani si possa immaginare dai prodotti d'oltreoceano.

Gabriele Mainetti gioca con la sua (e la nostra) passione per i fumetti, i supereroi e gli anime per raccontare invece una storia di disperazione e di speranza allo stesso tempo, di vite bruciate da un contesto sociale di emarginazione e di un possibile riscatto che, simbolicamente, passa da un involontario bagno in un liquame radioattivo.

 

Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un disperato che vive ai margini di tutto, persino di quel quartiere degradato in cui risiede. La sua faccia è quella di chi si arreso da un pezzo a una vita che non ha molto senso, la faccia di chi campa di ogni espediente possibile per mettere insieme il pranzo con la cena senza alcuno sguardo su un futuro che non sia quello di riuscire ad arrivare sulle proprie gambe alla fine della giornata.

L'acquisizione di superpoteri dopo il bagno raccontato nelle prime righe potrebbe essere la svolta della sua miserevole esistenza, senonché non bastano una forza sovraumana e la capacità di bloccare un tram per dare un giro di volta alla tua vita se superoeroe non lo diventi anche e soprattutto con la testa.

E così tanta grazia inaspettata viene convogliata nello sradicamento di un bancomat, azione piuttosto stupida visto che a riprenderti ci sono le telecamere e nell'era di youtube le tue gesta fanno subito il giro del web. E non devi neanche fingere di essere un reporter per poter pubblicare le foto del superoeroe con i poteri del ragno che in realtà sei tu.

Ho citato volutamente Spiderman perché se il buon Enzo acquisice il nome del mecha inventato da Go Nagai, e vedremo come, la sua problematicità rimanda a quella di Peter Parker, probabilmente la personalità più complessa (e complessata) del panorama dei superoeroi Marvel.

Mainetti calca la mano sul tasto dell'umanità, e qui c'è tutta la differenza e l'originalità rispetto a quanto visto finora: il superpotere non cambia l'uomo, lo abbiamo già scritto sopra: l'uomo rimane quello che è. Enzo  è uno spiantato dal cuore buono ma lo è fin dall'inizio, un disadattato che sopravvive in una corazza di diffidenza verso gli altri assai più tosta di quella che gli ha dato il bagno miracoloso nelle acque inquinate, una corazza scalfita solo dalla dolcezza di una ragazzina stralunata, e qui finalmente parliamo di come Enzo Ceccotti diventi Hiroshi Shiba.

Alessia (Ilenia Pastorelli, talmente brava da farmi rivalutare il per me deprecabilissimo “Grande Fratello”, qualcosa di buono può davvero arrivare da dove meno te lo aspetti) è la figlia di Sergio, criminale di periferia amico di Enzo, ed è soprattutta un'altra faccia della disperazione e del degrado.

Per sopravvivere agli abusi di cui è vittima (del padre ma non solo) si è rifugiata in un mondo che è quello di Jeeg Robot d'acciaio e quando, quasi per caso, viene salvata da Enzo dall'agressione degli uomini dello “Zingaro”, le viene immediato identificare il super-balordo nell'eroe della sua fantasia.

Alessia e Enzo, la Principessa e l'Uomo Robot. Come Hiroshi Shiba aveva nel petto una campana di bronzo, così nel petto di Enzo ricomincia piano piano a battere un cuore che le circostanze hanno fatto diventare arido come il metallo. Un favola verrebbe da pensare, ma ovviamente non sarà una favola a lieto fine, non ci sono abbstanza super poteri al mondo per modificare le cose e se il destino ti ha riservato una vita di emarginazione non basta avere la forza di Hulk per cambiare la rotta.

 

Come in tutte le storie di super-eroi non manca poi il super-villain, ovvero il già nominato Zingaro. Un piccolo boss di periferia che con la sua mania di grandezza sembra il nipotino di quelli di Romanzo Criminale, un impasto tra un po' di Libanese e parecchio Dandy (ovvero proprio del personaggio cui Santamaria prestava la faccia nel film di Placido), destinato però a virare in maniera nettissima verso il Joker.

E proprio come il Joker di Gotham, lo Zingaro della periferia romana è un istrione; dedito al culto delle signore della canzone italiana (Anna Oxa e Loredana Berté su tutte), e alla passione per i travestiti (qualche dubbio con tutti quei lustrini c'era pure venuto), è un personaggio talmente fuori dalle righe da risultare assolutamente credibile in quell'abisso di follia.

 

E'davvero difficile trarre le conclusioni su un film di questo tipo, obbligato a riassumere in poche parole mi viene da parlare di “un film di genere che però non appartiene ad alcun genere”.

Si è letto in giro di “via italiana al cinema supereroistico” e altre cose simili. Tutte legittime ma tutte, secondo me, tremendamente riduttive.

Perché questo è un film straordinario, imperfetto ma speciale, spiazzante e commovente.

Un film italiano che non copia i modelli d'oltreoceano ma prende un genere, lo scompone, lo rilegge e lo riassembla, per fornire alla fine una pellicola straordinaria che speriamo davvero non resti unica.

Bravo dunque Gabriele Mainetti, bravissimi Claudio Santamaria e Ilenia Pastorelli. Semplicemente strepitoso Luca Marinelli in un ruolo di cui, e qui faccio un azzardo, si parlerà ancor per parecchio tempo. Un film necessario, non perdetevelo, potreste pentirvene

 

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