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La volpe - Cuore selvaggio

Regia di Michael Powell, Emeric Pressburger vedi scheda film

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La recensione su La volpe - Cuore selvaggio

di vermeverde
8 stelle

“La volpe” è un film del 1950, girato quando il sodalizio fra Powell & Pressburger era ormai di lunga data e il loro stile ben consolidato: predilezione per il romanzesco e indifferenza alla ricerca del realismo (gli autori hanno anche una forte affinità con il fantastico e il magico), grande cura dell’aspetto visivo e scenografico, con un uso, anche sperimentale, del colore che, più che riprodurre, sottolinea l’atmosfera e la psicologia della scena  e con particolare attenzione alla musica cui è spesso affidata un’importanza non secondaria (per non dire di Scarpette rosse e dei Racconti di Hoffmann in cui è protagonista). È noto, infatti, che per gli autori il cinema dovesse essere una fusione o (meglio) una cooperazione fra le diverse arti al fine di ottenere gli effetti voluti; devo dire che questa scelta estetica mi sembra molto simile a quella di Richard  Wagner che, teorizzando nei suoi scritti l’opera totale (“Gesamtkunstwerk”), propugnava il Wort-Ton-Drama cioè l’unione stilistica di poesia, musica e scenografia: mi chiedo se tale similitudine sia stata verificata da qualcuno o se sia una mia suggestione.

La trama del film è, sostanzialmente, un melodramma e tratta di una ragazza, Hazel, libera e istintiva con una chiara connotazione sensuale, fortemente legata alla natura e agli animali e a superstizioni esoteriche tramandatele dalla madre zingara: il dramma scaturisce dalla contrapposizione fra la spontaneità di Hazel e le convenzioni codificate e conduce ad una tragica soluzione. Il dissidio tra le richieste più profonde e sincere della propria personalità e la vita cosiddetta “normale”, tra l’io e le regole della società, è un tema ricorrente nella filmografia degli autori, visto da più angolazioni come in “Scarpette rosse” e “Narciso nero”.

La natura dei personaggi principali, con le loro sfaccettature, è ben delineata e gli interpreti (Jennifer Jones, Cyril Cusack, David Farrar) rendono bene le loro caratteristiche; sono apprezzabili anche le interpretazioni dei comprimari, su tutti Sybil Thorndike e Hugh Griffith.

Nonostante i suoi notevoli pregi, il film non fu molto considerato dalla critica dell’epoca che non lo riteneva all’altezza dei suoi capolavori, credo anche a causa della trama che ha delle forzature forse ritenute artificiose: tuttavia fu poi rivalutato (come molti dei film degli autori) dai registi della “New Hollywood” e da europei come B. Tavernier e B. Bertolucci. Dal punto di vista strettamente cinematografico è comunque un ottimo lavoro in cui non trovo punti deboli né nel ritmo della narrazione, né nella messa in scena, sicuramente di grande impatto visivo, grazie anche alle scenografie di Arthur Lawson, alla musica di Brian Easdale e alla splendida fotografia di Christopher Challis, di cui ho particolarmente apprezzato la vivida resa dei paesaggi e la calda intimità degli interni, giocati sulle gradazioni dei bruni (ho visionato la versione di 107 minuti).

In sostanza, anche se a parer mio non lo si può considerare un capolavoro assoluto, è sicuramente un ottimo film che non dimostra i suoi settant’anni.

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