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Il volo

Regia di Theo Anghelopoulos vedi scheda film

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La recensione su Il volo

di Peppe Comune
8 stelle

 

Dopo le nozze della giovane figlia, Spyros (Marcello Mastroianni) decide di lasciare il suo incarico di maestro elementare e senza una motivazione esplicita si mette a fare il lavoro che fu di suo padre e di suo nonno: l'apicultore. Carica delle arnie su un piccolo camioncino e parte dal piccolo paese del nord della Grecia dove vive per dirigersi fino al sud del paese. Lungo il cammino ha modo di sostare da alcuni amici e familiari, di attraversare paesi poco attraenti e contemplare il mare. Conosce poi una giovane autostoppista (Nadia Mourouzi), una ragazza abbastanza libertina che ha modo di smuovere un po' la sua sonnacchiosa esistenza. Ha intenzione di attraversare tutta la Grecia quindi, in un viaggio quasi irreale in compagnia di migliaia di api laboriose.

 

Marcello Mastroianni

Il volo (1986): Marcello Mastroianni

 

Tengo subito a fare una onesta precisazione di intenti e dire che un film che vede come protagonista Marcello Mastroianni parte con un carico di benevolenza che è molto difficile che venga totalmente tradito. Il suo corpo d'attore e di quelli capaci di dare una nobiltà artistica a qualsiasi ruolo gli venga chiesto di interpretare. Né “Il volo” di Theo Angelopoulos si esprime da mattatore pressoché incontrastato facendo parlare soprattutto i silenzi nella sofferta caratterizzazione del suo personaggio. Agisce di sottrazione perchè è soprattutto nel linguaggio muto degli occhi che deve emergere la sua improvvisa mutazione esistenziale. 

Una caratteristica peculiare dell’autore greco e quella di far vivere nei suoi film il respiro avvolgente della storia. “Il volo” (sceneggiato insieme a Tonino Guerra) si discosta da questo tratto poetico per emergere come il film suo più intimista, quello in cui la regia è quasi totalmente impegnata a seguire i sussulti emotivi del suo protagonista principale. Se ne ricava una sorta di "on the road" crepuscolare che si interroga sul senso della vita giocando di sponda con il valore simbolico attribuito al ruolo delle api, mezzo e fine di un viaggio che si compie nel cuore pulsante di un’esistenza al tramonto. Spyros sente che l'unica cosa che gli resta da fare e riannodare i fili con le sue radici più profonde, quelle che lo riportano al padre e al nonno e al loro lavoro di apicoltore. Le api stanno nelle arnie, ma nel loro fare laborioso emerge per contrasto la profonda apatia che si è impossessata della vita dell'uomo, così come il loro volo “castrato” si lega alla volontà di Spyros di affogare in un lungo viaggio i segni tangibili della sua inquietudine. Le api sono costrette ad essere sé stesse nel chiuso di una prigione di legno, Spyros tenta di ritrovare sé stesso cercando di fuggire dalla prigione "familiare" che si è quasi autoimposto. Lascia tutto e tutti all’improvviso, come all’improvviso gli è sembrato che nulla avesse più senso intorno a lui. Perciò crede sia giusto spingere sempre più in là nel cammino gli ultimi anni della sua pacata esistenza. Lungo la strada si incontrano vecchi amici e familiari (moglie e figlia comprese), e ogni volta si assapora il senso di una ricognizione esistenziale definitiva, svolta in groppa ad una vita che mostra chiari i segni della stanchezza. Solo la giovane autostoppista gli fa vivere qualche momento di insana vitalità, accolta da Spyros quasi come se si trattasse di un intoppo calcolato, come una deviazione decisa dal caso che non si può non mettere in conto di incontrare lungo una strada già tracciata.

Si è già accennato al ruolo di assoluto mattatore di Mastroianni, merita però una menzione speciale la piccola parte svolta da Serge Reggiani nel ruolo di un amico molto malato di Spyros. Il grande attore italo-francese gli ruba letteralmente la scena in un breve sequenza svolta di fronte al mare, lirica e poetica insieme. Quando il talento riesce ad emergere con forza anche con poco spazio a disposizione.

La macchina da presa si muove sempre con lentezza con Theo Angelopoulos, sempre intenta ad ispezionare ogni angolo della messinscena con fare meticoloso, sempre a circoscrivere con puntigliosa precisione le esistenze meditabonde dei suoi protagonisti. Questa lentezza, se più spesso è funzionale a farci penetrare le diverse articolazioni del senso della vita, qualche volta risulta talmente estenuante da sfidare le leggi dell'umana attenzione. È forse la caratteristica che più contribuisce a rendere Angelopoulos un autore che non conosce mediazioni : puoi respingerlo o può affascinarti.  Lo si può “detestare” perché gratuiti e stancanti possono risultare quei lunghi momenti di lentezza che non mancano mai nei suoi film. O lo si può amare perché gli si riconosce una maestria indiscussa nel fare del cinema un raffinato strumento speculativo intorno al senso della storia.

“Il volo” riesce ad essere un film estremamente affascinante nonostante la presenza di alcune scene con l'autostoppista davvero poco convincenti (quella in cui la ragazza morde la mano di Spyros fino farla sanguinare riesce anche a diventare imbarazzante). A prevalere è il taglio crepuscolare dato alla storia, che unito alla perfetta aderenza al ruolo di Marcello Mastroianni fanno un film dal fascino conturbante. Come capita spesso con i film del maestro greco, ci sono sequenze che da sole ne possono valere la visione (è infatti riconosciuto come uno dei padri putativi del piano sequenza). Ad esempio, una delle sequenze che preferisco in assoluto è quella del busto statuario di Lenin adagiato su una chiatta ne “Lo sguardo di Ulisse”. Attraversa un fiume dei Balcani martoriati da una tremenda guerra fratricida, a simboleggiare la fine definitiva di una speranza e la continuazione di una tragedia a cielo aperto. Ne "Il volo", è il finale struggente ad emozionare sopra ogni altra cosa. Quello che ritrae Spyros e le sue api diventare tutt’uno.

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