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Una vita difficile

Regia di Dino Risi vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Una vita difficile

di vincenzo carboni
10 stelle

Il finale di ‘Una vita difficile’, il gesto di riscatto del protagonista, è tutt’altro che una via d’uscita; forse un altro inizio dopo una fine, una porta che Silvio apre dopo essere stato messo davanti ad un muro una seconda volta: ora dal Commendatore, prima dall’ufficiale tedesco alla pensione della signora Pavinato. Si tratta –dicevo- di una via di fuga, l’ennesima, perché per Silvio Magnozzi si tratta sempre di scavalcar sé stesso (e così facendo Elena) per approdare di slancio in un territorio nuovo ma desertico, privato di ogni altro oggetto umano che sempre contagia. La sua è una corsa a ritroso, in cui agli strappi in avanti fanno da contraltare il rimanere aggrappato alla purezza dell’infanzia, ai propri sogni di grandezza malinconicamente ingigantiti dalla necessità di doverli incessantemente perseguire: non è un figlio, non è una famiglia, ma il proprio romanzo, il proprio sogno di cambiamento dell’Italia, la propria battaglia contro la disonestà che pervicacemente resiste malgrado la promessa nata dal dopoguerra di un paese democratico che nascerà sulle spoglie di quello fascista. Di slancio fuggirà dal mulino (e da Elena), poi di nuovo si troverà con Elena a Roma; dirà di no alle lusinghe del Commendatore per rimanere stavolta dov’è (al giornale delle trentamila lire al mese), e resistere allo strattone di Elena che vuole portarlo verso una vita matrimoniale agiata e senza pensieri, serenamente depositata sugli allori degli affetti; si farà portar via dalla Storia il giorno del suo stesso matrimonio, e di lì finirà per essere ingoiato dal carcere. E poi… La vita difficile di Silvio è una rincorsa a vuoto, a pieno, sempre da un’altra parte, sempre nella direzione sbagliata. Il primo gesto, quello mancato, sempre accennato, mai portato a compimento, quello vigliacco, è sempre la fuga. Dopo esser scampato alla fucilazione nel giardino della pensione, il primo atto è quello di scappare: “Ma dove vai?” gli urla contro Elena. Correndo verso il mulino Silvio sbaglia ancora strada: “Ma dove vai? Di quà” lo corregge ancora Elena. Silvio è sempre da un’altra parte, ma trova una voce –quella di Elena- che lo trattiene, amorevolmente lo depone tra le proprie braccia, gli fa trovare costruito come per incanto uno spazio domestico (prima il mulino che da ‘casaccia da pecoraio’ assume quasi i contorni di un focolare, poi il rifugio romano) proprio lì dove non c’è una cucina, quindi non c’è un luogo. Elena si rende voce materna per quel figlio che decide di sposare proprio in virtù di averlo salvato, e che ora ha bisogno di essere salvato ancora: dalla propria assoluta mancanza di praticità, dalla paura di crescere, dalle intermittenze morali a cui Silvio tanto resiste quanto Simonini pragmaticamente cede. Elena si con-cede perché –spera- grazie a lei un bambino può diventare un uomo, recuperando -grazie ancora a lei- la mancanza. Si può ora iniziare la rincorsa del dopoguerra verso l’acquisizione di tutto ciò che manca: un automobile, una casa con cucina e acqua corrente, uno stipendio più che adeguato, un parrucchiere alla moda (il primo di Roma, quello di Simonini). Elena così facendo dedica la sua vita alla delimitazione del fallimento di un uomo-bambino, facendo così di Silvio il proprio stesso fallimento. Elena si innamorerà di colui a cui lei stessa piacerà affidare il proprio messaggio seppure rovesciato nel suo contrario: non si può colmare una mancanza, neanche per una ragazza di Cantuccio Ermenate in grado di spaccare la testa in due ad un tedesco. Fatto sta che ciò che non riesce ad avere da Silvio (stabilità economica e degli affetti, una nome, cioè tutto ciò che Silvio non si premura di dargli), cercherà di averlo dal signore di Lucca, quello con la Mercedes bianca, ma lasciando lei stessa la presa sul punto di avere tutto: allora via da Viareggio, e poi ancora cercare rifugio  nella pensione di famiglia. Mi affido alle parole di Lacan che designò in questo modo il transfert in analisi, definizione che calza bene all’amore e al malinteso che genera essendo il rapporto sessuale (e l’amore) impossibile: amare è dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole. Sulla scia di un impossibile si snoda la storia di Elena e Silvio, un’impossibilità a riconoscersi, a darsi, ad essere l’uno il messaggio -seppure inverso- per l’altro, impossibilità questa che genera impossibilità nella misura in cui l’altro è chiamato ad essere il completamento magico di una assenza per sé, a prendere il posto di una mancanza che è questa stessa costitutiva e mai possibile da colmare: appunto impossibile. In questo meraviglioso malinteso che è l’amore -scontato questo e nient’altro- Silvio ed Elena si amano, si rincorrono da quando Elena spacca quel ferro da stiro in testa al tedesco scommettendo sull’amore, su quello che si ha e si dà a colui che lo vuole. Finirà per fare altrettanto nel famoso finale ma concedendo l’atto ora simbolizzato (un ferro che diventa una mano che si libera dall’abbraccio mortale dell’altro) a Silvio, arrivando alla consapevolezza incerta che si può avere solo ciò che non si ha da qualcuno che non può dartelo. Dopo questa sorta di epifania (l’ultima delle tante sotto forma di sguardo: è lo sguardo di Elena qui ad ammorbidire, svelarsi, cadere, confondersi, abbandonarsi per gli occhi di Silvio) possono finalmente essere insieme senza mai arrivare ad essere uno, ma uno accanto all’uno dell’altro.

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