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Kilenc hónap

Regia di Márta Mészáros vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Kilenc hónap

di yume
8 stelle

Nove mesi, l’amore disperso in rivoli si ricompone in quello supremo, unico, della creazione.

locandina

Kilenc hónap (1976): locandina

Storia di gradi progressivi di distanziamento questo film di Márta Mészáros che parla di un amore che allontana invece di avvicinare, separa invece di unire.

Eppure esiste, ne è pieno, in forme che possono sembrare addirittura incredibili, sopra le righe.

Jànos (Jan Nowicki) capo settore della fabbrica di mattoni dove è stata appena assunta Juli (Lili Monori) s’innamora di lei a prima vista, con una intensità a dir poco ossessiva, la segue, la tallona, vorrebbe sposarla subito, le porta addirittura gli anelli, sta costruendo una casa per il suo matrimonio. Ma lei recalcitra, lo allontana, è di una freddezza esasperante.

Lui è un bell’uomo con una posizione sicura, lei è una ragazza anonima, fa il suo lavoro in silenzio e guarda il mondo senza molta simpatia. L’insistenza dell’uomo stupisce, ci si chiede quale molla abbia scatenato in lui questa coazione a ripetere e si comincia da quel momento a stare dalla parte di Juli.

Ma poi si capisce, lo sguardo di Márta Mészáros mette a fuoco dinamiche relazionali e strati profondi in cui si annida la complessità emotiva dell’essere umano, solleva la cortina fumogena dei giudizi avventati e degli schemi precostituiti e ci parla dell’avventura dell’uomo nel suo piccolo angolo di mondo. L’ambiente circostante, i fumi della fabbrica, la neve che a macchie irregolari copre i tetti, le case tutte uguali di un grigio paese del nord, tutto esiste come pretesto, il gioco della vita è sui volti dei suoi personaggi, in quei frequenti primi piani che non lasciano dubbi sui moti dell’animo.

E lì c’è di tutto, un amore che è forza, un polo di attrazione tale da costringere l’oggetto amato nella sua orbita, ma c’è anche un deposito ancestrale di pensieri, paure, convinzioni e comportamenti sociali che lottano per neutralizzare quella forza, e ci riusciranno.

Juli entra nello spazio di Jànos, si amano, in un mondo abitato solo da loro sarebbero i nuovi Adamo ed Eva, ma nell’Eden c’è altra gente, e non può funzionare.

Juli ha bisogno del tepore di un amore che Jànos non può darle, è un uomo rigido e contraddittorio, piange quando forse è esagerato piangere, ma non capisce la dolcezza di Juli, vuol occuparsi di lei, metter su famiglia, ma non sa rispettare la libertà della donna, non ne capisce il senso, la necessità.

Juli ha un figlio di sei anni nato da un legame precedente con il suo docente universitario con cui ha mantenuto un bel rapporto, un uomo affettuoso, con lui sarebbe stata bene, ma è sposato con figli.

In fabbrica la circondano subito di una nomea negativa per essere andata a vivere con Jànos, la famiglia di lui le è ostile per questo bambino che fa da pietra d’inciampo, lo stesso Jànos, benchè si sforzi, mal sopporta la presenza di un passato che non si cancella.

Basta molto meno perché le crepe diventino voragini in un rapporto di coppia, e l’attesa di un nuovo figlio, questa volta di Jànos, non basta a ricucire le fratture.

E’ a questo punto che la figura di Juli sale e sovrasta di molto tutta la piccola moraluccia perbenista di quel mondo.

Va via, lascia tutto e partorisce con dolore quella nuova vita.

E poiché l’istanza realistica e documentaria in Márta Mészáros è sempre prevalente, assistiamo al parto, autentico fin nei minimi particolari, di Lili Monori che all’epoca era incinta.

Nove mesi, l’amore disperso in rivoli si è ricomposto in quello supremo, unico, della creazione.

Un feto grondante sangue e placenta tenuto per i piedini sotto un getto d’acqua è deposto accanto alla madre.

Il resto del mondo è scomparso, la Madonna del Parto e la sua epifania lo salveranno ancora.

 

 

 

www.paoladigiuseppe.it

 

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