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Creed - Nato per combattere

Regia di Ryan Coogler vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Creed - Nato per combattere

di ethan
4 stelle

 

Adonis Creed (Michael B. Jordan) è il figlio di Apollo, il pugile rivale storico di Rocky Balboa (Sylvester Stallone), ed ha avuto un'infanzia difficile ma ora è un impiegato modello nonché boxeur professionista (con il cognome della madre) ed imbattuto dopo 16 incontri, seppur con avversari risibili, combattuti oltre il confine, in Messico. Di punto in bianco rassegna le dimissioni dal proprio lavoro e si trasferisce a Philadelphia per intraprendere la carriera pugilistica a tempo pieno: ben presto, conosce Rocky e, dopo i suoi tentennamenti, lo convince a farsi allenare, intraprende una relazione con una musicista sull'orlo della sordità, Bianca (Tessa Thompson), con cui instaura una problematica relazione, e arriva addirittura a giocarsi la corona di Campione del Mondo dei Mediomassimi con l'inglese Ricky Conlan (Tony Bellew), in un match disputato nello stadio Goodison Park, impianto calcistico dell'Everton, a Liverpool.

'Creed' è stato identificato, più che un sequel dell'interminabile saga avente per protagonista Rocky Balboa, uno spin-off, in pratica una costola della medesima, dove ora il personaggio centrale è il figlio di Apollo, che nei primi quattro film aveva il volto di Carl Weathers, che tenta di rinverdire i fasti del genitore che non ha mai conosciuto; la regia è stata affidata a Ryan Coogler, che opta per una messa in scena tutto sommato sobria, scevra, per fortuna, di quella retorica e di quel sentimentalismo che già avevano fatto capolino a partire dal secondo film, per poi esplodere nei disastri patriottardi del quarto film, il peggiore in assoluto.

'Creed' però ha altri problemi poiché soffre a causa di una sceneggiatura che non fa altro che ripetere pedissequamente i fatti successi nei capitoli precedenti, ovvero il pugile che viene dal nulla ma che, con intensi allenamenti e ben guidato, può arrivare a disputare in un batter d'occhio un incontro ai massimi livelli, una storia sentimentale tribolata a corredare la vicenda dell'aspetto intimo che non guasta mai, rimpolpandola infine con l'autentica ruffianata della malattia che colpisce l'anziano ex pugile, ora mentore di quello nuovo, che profuma molto di Oscar per uno Stallone ora riabilitato dall'Academy, nominato ai tempi di 'Rocky', anche come sceneggiatore, poi ignorato per quasi quarant'anni e ora pronosticato come vincitore, a mio modo di vedere, viste le tre maiuscole prove di Christian Bale, Tom Hardy e Mark Rylance, mancandomi Mark Ruffalo, decisamente immeritato.

Per ciò che concerne invece il momento clou dell'incontro per la cintura di campione del mondo, Coogler si lascia andare a una regia iperbolica, distante tanto dall'iperrealismo di Scorsese in 'Toro scatenato', quanto dal filologismo di Mann per 'Ali', passando per lo stile di ripresa che si rifà a quelle televisive di 'The Fighter' di Russell, tanto per citare i migliori esempi del filone pugilistico in anni, per così dire recenti, in cui si assiste a delle inverosimiglianze e forzature francamente esagerate, con occhi completamente tumefatti che comporterebbero l'immediata sospensione del combattimento e soprattutto una gragnuola di pugni da un contendente all'altro che stenderebbe intere mandrie di bisonti, condita dal canonico finalino con il pubblico che osanna il degno avversario che, sconfitto, riceve l'onore delle armi.

Più ancora che gli applausi dell'epilogo sono però quelli di gran parte dei critici americani ad avermi stupito: che siano anch'essi affetti dalla sindrome Punch Drunk, che purtroppo affligge tanti pugili una volta ritirati?

Voto: 5.

 

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