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Creed - Nato per combattere

Regia di Ryan Coogler vedi scheda film

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La recensione su Creed - Nato per combattere

di giurista81
8 stelle

Un buon film che ha in Stallone il coproduttore, insieme al fido Kevin King Templeton (già insieme in occasione di John RamboRocky Balboa, Driven Copland) e che è stato realizzato con un budget assai contentuo: 35 milioni di dollari contro i 50 di John Rambo. Il primo errore da evitare è quello di confonderlo come un ipotetico Rocky VII, non lo è affatto inoltre è più orientato a un taglio realistico che metaforico (aspetto quest'ultimo comunque presente). Se è vero, infatti, che è presente Rocky Balboa è altresì vero che il personaggio di Sly sta in secondo piano. Certo, ha un ruolo importante, il giovanissimo Ryan Cogler, praticamente un debuttante classe '86 che arriva da Prossima Fermata Fruitvale Station, porta avanti la caratterizzazione del mancino di Philadelphia. Scopriamo che Paulie è morto, Balboa jr emigrato a Vancouver e sono altresì assenti la compagna e il figlio che avevano accompagnato il campione in Rocky Balboa. Vediamo così un uomo vecchio, persino malato di cancro, è il solo a occupare il suo ristorante ed è avviato alla fine, alla decadenza, a rivivere nel passato come quando indica i ritagli di giornale che campeggiano i muri della vecchia palestra di Mickey, la Mighty. Rifiuta le cure ed è sul punto di soccombere, quando viene motivato, un po' come dice nel flashback Mickey nel quinto episodio, dalla rabbia e dalla fame di un giovane nero (Michael Jordan, portato dietro dal regista dal precedente film dove interpretava Oscar Grant, da vedere l'autocitazione sui sacconi della palestra in cui compare la scritta "Grant") che gli da quella motivazione per andare avanti anche perché è figlio di Apollo Creed, l'uomo che gli ha cambiato più volte la vita quando stava per soccombere. Ed è quest'ultimo personaggio, come suggerisce il titolo azzeccato, a catalizzare l'attenzione degli sceneggiatori. Il film si concentra sulle difficoltà di inserimento in società che ha un personaggio che porta un nome pesante, ma anche come quel nome poi sia determinante per concedergli l'occasione della vita, un momento che altrimenti difficilmente avrebbe potuto cogliere (e lo sottolinea a gran voce lo sfidante, il campione che diffida dalle operazioni commerciali pur essendo costretto a sottostare per coprire le marachelle di cui si è reso protagonista). Creed jr è un "borghese" ripescato dal riformatorio dalla moglie di Creed, ma è affamato di boxe sebbene giri col mustang e vesta elegante. All'inizio non viene preso sul serio da nessuno, combatte in degli incontri underground che si tengono su ring di fortuna montati all'interno dei pub (!?). Alla fine decide di contattare Rocly, di punzecchiarlo e di spingerlo ad allenarlo. Michael B. Jordan, attore forgiato dai serial televisivi, è convincente nella prova, riconfermato in un film importante dopo I Fantastici Quattro. Difende con onore il ruolo che gli è stato assegnato. Certo non è gigionesco né spaccone come Weathers, è piuttosto irascibile, brusco ma se preso nel verso giusto calmo come un impiegato (ruolo che infatti ricopre a inizio film). Gli fa da spalla Tessa Thompson (altra scuola serial televisivi), una cantante caratterizzata in modo non troppo profondo e comunque quasi beffardo. E' affetta da una malattia degenerativa all'udito, proprio lei che fa della musica il suo mondo. Inoltre si chiama Bianca nonostante sia colored. Esilarante la scena in cui vede per la prima volta Jordan con Stallone, col primo che le dice: "E' mio zio!" e lei che risponde: "Non lo sapevo che tu avessi uno zio bianco!". Al di là di questo il film funziona, ha qualche piccolo calo di ritmo e tende a ripetere il canovaccio dello sconosciuto a cui viene offerta una possibilità (nella fattispecie però innescata dal fatto di essere un figlio di papà piuttosto che dal sogno americano che stava a fondamento del primo episodio in cui Apollo affermava: "Il campione del mondo concede la possibilità a un signor nessuno di giocarsi la cintura dei pesi massimi") e che la sfrutta sconvolgendo ogni parere, pur perdendo all'epilogo. "Drammatico conteggio qui a Liverpool" il commento eloquente che sottolinea la crisi del campione del mondo, un burbero e adombrato Tony Bellew (che pugile lo è davvero ed è soprannominato Bomber e non credo in omaggio al film di Lupo interpretato da Bud Spencer) al debutto assoluto nel cinema all'età di 33 anni. Bellew va giù all'ultima ripresa, in un incontro che ricorda un po' quello tra Rocky e Ivan Drago (si veda il colpo con cui Creed ferisce l'avversario fin lì devastante), col pubblico locale, si combatte a LIVERPOOL, che come in Rocky IV inizia ad acclamare l'ospite per il grande coraggio, il cuore generoso e la capacità di chiudere il match con un solo occhio disponibile (aspetti che saranno apprezzati anche dall'avversario che da rabbioso cambierà atteggiamento, ne riconoscerà le doti, dimostrandosi quel campione che è, come quando si rivolge con reverenza a Rocky nel pre-match). Personaggio quest'ultimo che rispecchia un po' la personalità dell'attore che gli da corpo, tanto da entrare sul ring con gli stemmi dell'Everton in bellavista, a testimoniare la sua fede calcistica, sulle note della "Z Cars" sorta di inno proprio dell'Everton. Bella poi la messa in scena che funge da preludio al suo ingresso nel corridoio che immette al ring. Cala il buo pesto, poi due fiammate stile drago, manco fosse un gallese, sparate da un mangiafuoco che apre il gruppetto spruzzando liquore sul fuoco così da togliere dall'anonimato gli attori celati nell'oscurità. Bello ingresso di Bellew e grande fotografia di Alberti, già ammirato in un film del genere: l'ottimo The Wrestler 

Sylvester Stallone, qua visibilmente stanco, sorretto nel finale da Jordan che lo aiuta a salire la lunga scalinata che lo porta ad ammirare la città di Philadelphia, è protagonista di un'interpretazione diversa dai suoi canoni. Non è macho, ma è un uomo che va avanti alla giorata, attende la morte, perché vuol ricongiungersi con i suoi cari che non ci sono più. Addirittura allena Creed Jr avvalendosi di più di un collaboratore, mostrandosi mortale e non extraterrestre.

 

La regia di Cogler è un protagonista aggiunto, il regista, anch'esso di colore, ama seguire da vicino i suoi attori, quasi come se fosse uno di loro celato dietro le quinte ma volenteroso di essere lì in prima linea a giocarsela; ricerca i particolari, alcuni li lascia sullo sfondo, eppure ci sono e hanno valenza non secondaria. Regala omaggi (sia ai propri precedenti film, sia alla saga Rocky, si vedano le tartarughine che osservano gli abbracci dei due protagonisti, quasi fossero lì per battezzare un amore nascente come fu per Rocky e Adriana). Ricerca poi un modo diverso di girare i match. A differenza della regia di Stallone e di Avildsen, Cogler opta per lunghe piano sequenze fatte di semisoggettive, piazza l'obiettivo dietro ai suoi pugili, si muove in cerchio con loro trasformando lo spettatore in un combattente passivo che resta ad ammirare i cazzotti che volano a destra e a sinistra e danza con i due pretendenti. Il combattimento con The Lion Sporino (il semidebuttante Gabe Rosado) è uno dei più bei match rappresentati al cinema, per come è girato. Sei minuti circa di piano sequenza che operatori, attori e coreografo rendono magnifici e degni di esser ricordati nel tempo. Bella, anche se molto italian style, l'idea di far cadere a terra la mdp per scimmiottare la caduta di un pugile al tappeto, sapiente poi uso del rallenty teso a esaltare i momenti topici.

 

La colonna sonora è un po' stravolta rispetto al taglio alla Conti (ci sono comunque alcuni pezzi amarcord) o al ritmo scatenato stile Rocky IV, è più orientata a un gusto rap e comunque più vicino alla natura del protagonista. La cura il giovane Ludwig Goransson che ha raccolto vari premi per il lavoro eseguito nell'occasione. Bene il make up, ma questo ormai non fa più notizia.

 

Dunque il film più realistico dell'opera che coinvolge Rocky Balboa, in alcuni frangenti documentaristico (sembra che si tratti di veri incontri), ma comunque dotato di quel background che funge da matrice al personaggio creato da Stallone. Meno romantico, meno votato all'azione cinematografica e più spostato sul versante sportivo. Buon film, ma diverso dagli altri Rocky. Finale emozionante come al solito con Stallone. Da vedere.

 

By Matteo Mancini autore di Spaghetti Western Vol.1, Vol.2 e Vol.3.

 

 

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