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Svanire

Regia di Angelo Cretella vedi scheda film

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La recensione su Svanire

di spopola
8 stelle

 

Svanire”, perché secondo noi il dramma che questa terra sta vivendo è il genocidio non solo di un popolo, ma di un territorio intero. Sono “svaniti” i rifiuti speciali che hanno interrato, e sta “svanendo” l’identità di un popolo. (Angelo Cretella)

 

Questo interessante “corto” recuperato grazie a un caro amico del sito, l’ho visto e “rivisto” più volte: all’inizio frettolosamente, quasi d’impulso, preso dall’urgenza di conoscere meglio, al di là delle belle parole giustamente spese da @Peppe Comune che lo ha recensito prima di me (//www.filmtv.it/film/76346/svanire/recensioni/815076/#rfr:film-76346), la drammatica realtà del tessuto martoriato di quella porzione della provincia di Caserta (o, per essere ancora più preciso, ricorrendo proprio alle parole utilizzate da Peppe, di comprendere fino in fondo andando oltre le evidenti”schermature” devianti dell’informazione ufficiale, lo stato di latente "decomposizione" di cui è fatto vittima un intero territorio), e poi per la pressante voglia di approfondire il tutto in maniera più “riflessiva” scandagliando l’opera nel profondo per valutare anche l’importanza della forma, sorpreso come ero stato già al primo impatto (addirittura “affascinato”) dalle coraggiose, inusuali scelte fatte dagli autori per raccontare la tragedia e dare forza alla loro aspra denuncia, evitando facili proclami, ma ricorrendo invece a quella che mi viene da definire una “mediazione poeticamente metaforica” che comunque non attutisce minimamente (e anzi l’amplifica) l'urgenza di non dimenticare quanti già sono "svaniti" in quelle zone, poiché il lacerante grido che lancia il film, è pienamente percettibile anche se viene urlato a bassa voce, privilegiando però tutti gli strumenti offerti dall'arte cinematografica e senza cavalcare l'onda emotivache avrebbe rischiato invece di allineare il film a quella spettacolarizzazione del dolore tristemente di moda ai giorni nostri che in questo caso poteva risultare addirittura perniciosa.

Visto e “rivisto” insomma per assimilarne fino in fondo l’essenza, e metabolizzare con la necessaria attenzione, una costruzione di straordinaria rilevanza stilistica che al di là del valore “sociologico” dell’assunto (tutto da leggere giustamente in sottotraccia) crea quasi una sospensione in chi guarda, un’attesa per quel che sta accadendo a Michele impegnato in una ricerca disperata alla quale nessuno sembra voler dare risposta, e soprattutto un’inquietudine profonda col suo andamento da thriller dell’anima che produce una tensione palpabile che in alcuni tratti diventa addirittura spasmodica..

Difficile raggiungere un tale coinvolgimento sensoriale (ma Cretella, il regista, ci è riuscito egregiamente) puntando soprattutto sulla forza avvolgente delle immagini che utilizzano una tavolozza fatta di colori cupi, quasi spenti, che si ravvivano in una sola sequenza, quella di un incontro con l’unica presenza attiva (mi verrebbe da definirla “viva”) di quel mondo in disfacimento che si sta lentamente (e tragicamente) dissolvendo (ed anche la sola che sembra riconoscere questo straniero costretto dagli eventi a ritornare dalla Scozia alla sua terra d’origine, a un paese, a un quartiere, a un palazzo dove sembra non siano rimaste che poche figure fantasmatiche diffidenti e ostili).

Una sequenza breve ma significativa, che insieme ai nostalgici “ricordi” dell’inizio, alle foto sbiadite, rimanda ad un passato ormai lontano, “svanito” appunto, e solo per pochi momenti ritrovato, ma che si consuma brevemente per cedere nuovamente il posto al vuoto di un’assenza davvero insostenibile e a un’angoscia sottile e penetrante che non lascia davvero indifferente lo spettatore.

Un viaggio perturbante nella terra dei fuochi” è la definizione più giusta ed appropriata (non a caso è stata coniata dal regista) e anche quella che meglio di altre riesce a descrivere il senso ultimo di questo piccolo, straordinario, efficace “filmato” (non uso questi termini per piaggeria, credetemi: non sono proprio il tipo) che non solo mi ha coinvolto ed emozionato, ma che mi ha anche reso più consapevole e compartecipativo del dramma che si sta consumando dalle parti di Succivo e paesi limitrofi a fronte del quale nonostante l’urgenza, si sta facendo poco e male (praticamente quasi nulla a livello delle istituzioni), come se il problema non dovesse invece interessare tutti (mentre la memoria collettiva di chi comunque crede di essere salvaguardato perché “lontano dall’inferno” diventa sempre più sbiadita, “svanisce” lentamente a sua volta, o diventa – il che è ancora peggio - fallace e menzognera), e lo sa bene anche Cretella (insieme ai suoi efficacissimi collaboratori) quando afferma con più di una ragione, che tutte le istituzioni, provincia di Caserta compresa, sono in qualche modo responsabili di questa immane catastrofe.

 

Scrivere un bel racconto breve (che sia anche efficace) è più difficile che progettare un romanzo lungo, esattamente come lo è, rispetto al lungometraggio, la realizzazione di un “corto” efficace, che necessita di una sintesi estrema e senza sbavature fra soggetto, sceneggiatura e “messa in scena” (regia, commento musicale, fotografia, montaggio, interpretazione) e richiede di conseguenza un’organizzazione mentale e una creatività inventiva ben più intensa, feconda e strutturata, rispetto a un film che si sviluppa nella durata media di almeno un’ora e mezzo, al quale si possono perdonare anche piccole “pause” di percorso o qualche sfilacciatura nel tessuto narrativo senza che questo possa minimamente inficiare il risultato complessivo.

Entrambi, il racconto breve e il “corto” cinematografico, hanno inoltre bisogno di un’idea forte che li sorregga, in mancanza della quale, l’impalcatura inesorabilmente cede, e questa idea forte (straordinaria e “fulminante”, direi) “Svanire” ce l’ha tutta, ed è anche sviluppata molto bene, come ho già accennato prima. Riesce insomma (e scusate se mi ripeto) ad essere efficace e pertinente, a farci amare l’opera non solo per quel che racconta e intende trasmettere, ma proprio per come è stata realizzata, per la sapiente costruzione delle immagini, per la forte empatia e per le riflessioni che produce .

Il merito va a tutta la compagine: si avverte una sintonia totale e tale da rendere il film un’opera omogeneamente preziosa in tutte le sue parti, e con dei “passaggi” davvero “palpitanti” (penso al “realistico” contatto con la madre nella notte - commovente e sincero, tenero e nostalgico al tempo stesso – che in quel breve, fuggevolissimo dialogo con l’assenza che ritorna per pochi attimi fittizia “presenza”, rende palpabile anche allo spettatore l’imprescindibile necessità – pur nella evanescente fragilità di un sogno – di dare corpo al bisogno primario (che è più forte e pressante di qualsiasi bruciante desiderio), di ritrovarsi dopo una così lunga lontananza, e soprattutto di “ritrovare” presente e intatta quella madre svanita nel nulla insieme alla sua terra, di prendere coscienza insomma e di “sapere”, di avere una spiegazione certa)..

Pur nella sua breve durata, i momenti topici sono parecchi (penso per esempio al momento in cui dalla finestra Michele scorge le colonne di fumo che si elevano minacciose all’orizzonte che sono l’unico riferimento “certo” alla tragedia, la causa acclarata di quel progressivo, inesorabile “svanire” collettivo tutt’altro che casuale, o all’effetto terribile e lancinante delle parole finali scolpite sullo schermo: “Alla terra che brucia…. A chi la respira.”), che arrivano tanto all’improvviso da colpirci quasi di sorpresa, ma che sono il risultato invece (e la naturale conclusione) di tutto ciò che abbiamo visto prima espresso in altra forma altrettanto conturbante. Penso soprattutto al rientro nella casa deserta ma piena di ricordi palpabili, alla povere, alla cenere, alle enigmatiche figure che si aggirano furtive negli anfratti del palazzo, alle porte chiuse, a quelle file interminabile di colonne sulle quali sono affissi i volantini con la foto della scomparsa, svanita all’improvviso e che nessuno sembra ricordare (e alla quale, di fatto, viene negata ogni possibile esistenza), il tutto stigmatizzato da quel lento dissolversi dei tratti, da quell’annullamento dei contorni che porta i fogli appesi ad essere di nuovo solo bianchi o a diventare cenere arsi dal fuoco, o anche alle sequenze finali che sono quelle che più intridono l’anima: “E se pesco la storia di un altro?” “Ognuno pesca la sua” (onore alla sceneggiatura e all’”invenzione” anche visiva del banco dei barattoli e di tutto quel che ne consegue, compreso il frenetico tentativo di Michele di raccogliere a mani nude tutta la “terra consumata” intrisa della cenere dei morti, che conteneva il vasetto prima da lui acquistato, ma poi infranto fragorosamente con la forza della sua disperazione, scagliandolo in un impeto di rabbia impotente e un sordo grido pieno di dolore, contro il muro dell’atrio del palazzo, diventato ormai simile a un cimitero). Penso all’attesa finale che “qualcosa accada” dentro un appartamento sempre più vuoto nella sua dissoluzione progressiva (anche di ciò che di antico viene recuperato dalla cantina) eccellente chiusura secca, concisa ma eloquente nel rinnovare (non so se davvero una speranza) ma sicuramente una “consapevolezza”, quella sì.

Un plauso dunque alla fotografia bella e “lunare” di Alessandro Lanciato, alla colonna musicale dell’ottimo Paki Di Maio, al montaggio, a una sceneggiatura costruita soprattutto “sul non detto” scritta a sei mani dallo stesso Cretella insieme a Giusi Marchetta e a Nicola Pellino, all’ambientazione, ma anche e soprattutto all’”idea di cinema” coltivata e resa palese dalla intensa prova di un talentuoso regista che si ispira – ma per farne un oggetto proprio e assolutamente personale - a Bela Tarr e Krzyszlof Kieslowski giustamente ringraziati nei titoli di coda, e alla notevolissima prova fornita da Alessandro Federico che dona a Michele il giusto spessore (anche di credibilità “drammatica”) e un’eccellente “penetrazione” intuitiva (non a caso è un attore anche di teatro che si è formato calcando le scene diretto da alcuni dei grandi nomi di un’avanguardia italiana molto attenta anche alla “sperimentazione linguistica” quali Emma Dante, Antonio Latella, Luca Ronconi e Massimo Castri (gli ultimi due, purtroppo non più fra noi).

Peccato che il nostro sistema cinema riservi così poca attenzione ad opere interessanti come questa, che non le sorregga, che le renda marginali condannandole a restare “invisibili” ai più” che è poi alla fine la più terribile e ingiusta censura di mercato (ma credo che sia anche questo un pegno da pagare per poter lavorare in perfetta autonomia, per potersi esprimere al meglio e senza costrizioni).

Il cinema ufficiale – sempre troppo referenziale con se stesso - avrebbe in ogni caso un bisogno assoluto di queste salutari “boccate d’ossigeno”, dell’apporto creativo di talenti innovativi e della loro inusuale modalità (rispetto ai canoni usurati e consueti) di rapportarsi col cinema e con le immagini. Preferisce invece ignorare – quasi li temesse - tutti i fermenti nuovi che anche qui in Italia sono tanti, come dimostra anche questa eccellente prova, e che purtroppo restano in gran parte disattesi per miopia e disinteresse (per non usare un termine più forte ed eloquente).

 

P.S.: ho volutamente evitato di soffermarmi dettagliatamente sulla trama, lasciando solo poche tracce per riservare tutto lo spazio alle emozioni suscitate dalla “speciale” forma scelta per la sua rappresentazione. Chi volesse saperne di più, la può recuperare (la sinossi della storia) dalla scheda o dalle due ottime ed esaurienti recensioni che precedono la mia.

 

 

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