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L'uomo di Laramie

Regia di Anthony Mann vedi scheda film

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La recensione su L'uomo di Laramie

di OGM
10 stelle

La guerra del far west, per una volta, non è una contesa territoriale, bensì una questione di sangue. Quello versato dai fratelli, quello del genitore tradito dal figlio, quello che trasmette geneticamente la condanna a restare inchiodati ad una terra in cui ci si può solo abbrutire, uccidere od essere uccisi. Quella che pende sui luoghi del New Mexico visitati da Will Lockhart, l’uomo di Laramie, è una maledizione che costringe gli abitanti a difendere l’indifendibile, quel senso del possesso che perpetua la sterilità dell’animo e l’assenza di validi obiettivi. C’è chi continua a gestire, senza più voglia né alcuna prospettiva, il negozio avuto in eredità, e chi presidia i possedimenti del padre trattando gli intrusi con perversa crudeltà: tutte le risorse si sono trasformate in merce che rende schiavi, in una ricchezza materiale che non  procura alcuna felicità. La conquista si è trasformata in cancrena, che consuma la viscere fino a farvi degenerare i sentimenti ed i principi. Non c’è apertura verso il progresso, ma solo un morboso attaccamento a ciò che si crede di poter dominare: ivi compreso il gioco della guerra, che oppone i nativi e gli invasori e di cui, nel frattempo, si è perso il significato originario di lotta per la propria gente. Tutto è ridotto ad un calcolo numerico e strategico effettuato su una sorta di scacchiera, in cui le pedine sono capi di bestiame, sacchi di sale, casse di armi, balle di cotone, ed il percorso è reso accidentato dalla minacciosa presenza degli apache. Il corso della vita è determinato dai tracciati delle linee di confine, dei sentieri, dei recinti, in una complessa topografia  in cui sbagliare strada può rivelarsi un errore fatale. La progressiva cecità di Alec Waggoman, l’anziano proprietario del Barb Ranch, e la sua ossessione per la contabilità sono i sintomi di una mancanza di orizzonti, che impedisce di guardare lontano, non potendo mettere fuoco null’altro che le banali dinamiche del do ut des. A questa irrimediabile miopia Anthony Mann riesce a sovrapporre uno sguardo intenso, pieno dell’incanto per la bellezza della natura, dello strazio per l’umanità che soffre, e, nonostante tutto, profondamente fiducioso nella possibilità di riscatto dei popoli dall’inferno dell’avidità.  

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