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Victoria

Regia di Sebastian Schipper vedi scheda film

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La recensione su Victoria

di leporello
10 stelle

 

    Grazie ad una datata registrazione televisiva che da diverso tempo  attendeva con evidente pazienza una domenica pomeriggio di novembre come questa, piena di pioggia, malinconia, farcita dei capricci della mia gatta e dei disdicevoli sussulti del mio cuore malato, ho  finito di guardare “Victoria” una mezz’oretta fa, e sono ancora senza fiato. Ho sempre pensato, nel mio piccolo dilettantismo cinefilo, che attribuire la paternità di un film al suo regista sia il più delle vote ingannevole, o almeno limitativo, anche se comunque dolentemente necessario per apporre una qualche firma in calce ad un film: forse per via di un mio già antico vezzo (peraltro apprezzato dalla dilettantissima, esigua cerchia dei più cari amici) di mettere insieme una qualche sequela di immagini per farne “video”, ho sempre sostenuto, in religioso silenzio, che sia, ad esempio, altrettanto importante porre accanto al ruolo del regista quello  del montatore, cioè di colui che “costruisce”, cementa e struttura un film. E ho trovato pertanto correttissimo che il primo nome che appare elencato nei titoli di coda di questo “Vicotria” (prima ancora di quello del regista e senza che fosse necessario citare il benché minimamente dilettante montatore) sia quello di colui che ha effettuato le riprese.

 

     Nella competizione agli Oscar di qualche anno fa avevo già apprezzato e tifato per “Birdman” del mio beniamino Iñárritu, un lungo, unico piano sequenza di quasi due ore che sapevo però essere un “piano sequenza fake”. Convinto di essere stato, in questa autunnale domenica pomeriggio,  di fronte ad una circostanza simile, vado poi a leggere dagli amici di FilmTv che “Victoria” è invece un piano sequenza vero, cioè che davvero un signore con la camera in spalla ha girato per Berlino di notte e di prima mattina per due ore e venti, dietro a quattro ragazzotti tedeschi  e ad una fatina di origine ispanica, tutti attori per niente navigati, che parlano tra loro in inglese di mille cose e contribuiscono a dar vita ad una storia la cui cialtronesca drammaticità riesce via via a raggiungere vette inaudite. Anche se quella degli amici di Film Tv fosse una “fake-new”, me la terrei così lo stesso, prendendola per vera, e mi permetterei di proporre un premio del valore di un Oscar anche per chi effettua le riprese (magari esiste, ma io non lo so...).

 

    Sono sempre molto prudente e pudico nell’accendere tutte e cinque le stelle quando si tratta di esercitare il mio privilegiato, immeritato ruolo di commentatore in questo sito, ma mi domando: perché una in meno? Perché mezza? Cosa si può mai togliere ad un’impresa come questa? Cosa gli manca? La storia è bellissima, vera, reale. La prova del cast è commovente, irreprensibile. I dialoghi. La fotografia? Può un film fare a meno della fotografia? Può un vero eroe  di regista   aver inseguito il suo sodale (con la schiena evidentemente  messa meglio della mia) che girava con la camera in spalla per due ore e venti dentro locali, bar, entrando e uscendo da ascensori, camminando nudo per strada, nei giardini residenziali,  nei caffè, nei tetti notturni in cima a vite tanto giovani e tanto irrisolte, in garage sotterranei, davanti ad una banca, alla vita, alla morte e alla non desiderata fortuna... senza mai doversi fermare per fare aggiustare le luci o consentire ad un attore e/o a una comparsa di riprendere fiato e riorganizzare le proprie idee? E può una segretaria di produzione, una volta tanto, restarsene a casa in pantofole, magari accanto a me, per guardare un film nella quale non sarebbe servita a nulla di nulla? E davanti al regista, al suo coraggio, alla sua intraprendenza, alla sua voglia e capacità di sfidare con clamoroso successo le leggi della fisica cinematografica confezionando un film racchiuso dentro un solo “Ciack”, non dobbiamo alzarci in piedi? E davanti alla produzione? Pure! Chi sarebbe pronto a scommettere in un film che si inizia e si finisce tutto nel giro di meno di tre ore, e che si può risolve con un panino e una birra per un centinaio, centocinquanta persone (cachet a parte), con notevolissimi risparmi di risorse e denaro? Dunque: il massimo dei voti per un film che dovrebbe fare scuola, che è scuola, perché  quel piano sequenza ideale e quasi extra terrestre non si ferma a se stesso in maniera autocelebrativa, ma si sforza con successo di dare tutte quelle emozioni che una storia da cinema deve saper dare.

 

 Standingovèscion.

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