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Taxi Teheran

Regia di Jafar Panahi vedi scheda film

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La recensione su Taxi Teheran

di Peppe Comune
8 stelle

l regime teocratico d Teheran ha vietato a Jafar Panahi di fare cinema adducendo come motivazione il fatto che “i contenuti dei suoi film forniscono una visione distorta della società iraniana”. Ma siccome Panahi conosce solo il cinema come vitale strumento di espressione creativa, sfida i divieti che gli sono stati imposti e il pericolo di ritornare in carcere che pende sulla sua testa per continuare a farlo. Così si trasforma in un autista occasionale e alla guida di un taxi filma quanto succede al suo interno durante una ordinaria giornata di lavoro. Si susseguono diverse persone che rimanendo sul limite sottile tra realtà e finzione danno corpo ad una varia rappresentazione della vita che scorre. 

 

scena

Taxi Teheran (2015): scena

 

“Taxi Teheran” è il terzo film (dopo Thisisnot a Film” e ClosedCurtain) girato da Jafar Panahi dopo che il regime teocratico iraniano lo ha condannato a sei anni di carcere e a vent'anni di interdizione imponendogli il divieto assoluto di fare film. Ma fregandosene di tali imposizioni, e facendo quindi prevalere la chiara volontà di prendersi tutti i rischi del caso, l'autore iraniano continua a usare la macchina da presa per scandagliare l'anima più autentica del suo paese. Perché, dice Panahi, sono un regista "e non posso fare altro che realizzare film. Il cinema è la mia forma di espressione e il significato della mia stessa vita. (...) Il cinema come arte è la mia principale preoccupazione : questo è il motivo per cui devo continuare a fare film in qualsiasi modo. E’ per rispetto a me stesso e per sentirmi vivo” 

Questa premessa, oltre ad avere un valore puramente descrittivo, si è resa necessaria perché, a mio avviso, fa anche emergere una forte valenza narrativa. Ovvero, non è orientata dalla sola esigenza di dare notizia sulle restrizioni che incombono sulla libertà di un regista nell'esercizio delle sue funzioni creative, ma funge anche da premessa poetica per aiutarci a capire meglio lo sviluppo narrativo del film e le caratterizzazioni composite della messinscena. Detto altrimenti, senza premettere la persecuzione politica di cui è stato fatto vittima Panahinon avrebbero la stessa forza narrativa, tanto le dissertazioni sulle produzioni pirata (musicali e cinematografiche) riguardanti tutte quelle manifestazioni della creativà artistica sottoposte alla ferrea censura di regime, quanto le candide parole della piccola nipote del regista che racconta allo zio che a scuola gli hanno assegnato la realizzazione di un film “distribuibile” in quanto rispettoso delle regole di “buona condotta”. Senza rimarcare il fatto che a dirigere “Taxi Teheran” è un regista che in ogni momento rischia di essere ridotto al silenzio più assoluto, non si capirebbe il peso narrativo che ha voluto attribuire al contrasto evidente tra l'ordinaria semplicità con cui tutto si compie e la tensione socio politica che cosa sotto l'epidermide di un intero paese, tra l'estrema linearità con cui le persone si susseguono nell'auto è la condizione di controllo latente che il regime fa sentire in ogni aspetto della vita sociale.  

Jafar Panahi gioca di sottrazione imbastendo un sofisticato congegno metanarrativo che poggia su due modalità espressive tra loro collegate : dando mostra di attingere ai soli mezzi che sembra offrigli il “normale” scorrere della vita e avendo cura di indagarla rendendo evidenti gli artifici cinematografici. Il modo di fare cinema dell’autore iraniano, insomma, che è stato sempre quello di alternare, in un continuo gioco di rimandi, i trucchi dichiarati del fare cinema e l'estrema adesione alla realtà che si intende rappresentare. Prova ne é la stessa tecnica di ripresa utilizzata per “Taxi Teheran”, semplice eppure volutamente ricercata. Infatti, alla camera fissa posta sopra il cruscotto, intenda a catturare tutte le notizie possibili che si rincorrono l’un l’altra dentro limiti imposti dall'inquadratura (sia quella esterne che danno alla strada che quelle interne all'auto), si alternano le riprese mobili ricavabili dalla canonica alternanza filmica del campo fuori campo. Il fatto stesso che il regista venga riconosciuto mette lungo un limite concettuale difficile da definire una volta e per sempre la documentazione filmica "realistica" di una "normale" giornata che scorre e la sua rapresentazione "parziale" nel momento stesso in cui il film si sta compiendo.  

Il realismo ricercato e la finzione esibita si susseguono quindi in un interrotto gioco di rimandi dove uno specifico ruolo evocativo viene assunto da alcuni film di Jafar Panahi (con riferimento a talune situazioni si sente spesso dire “questa cosa è come” in “Il palloncino bianco”, come in “Oro rosso”, come in “Offside”). Questa sensazione è data dagli stessi personaggi che popolano di volta in volta il taxi : a certi che sembrano semplicemente loro stessi ripresi a loro insaputa dalla macchina da presa, seguono altri che è difficile non definire come degli attori in parte.

“Sulla gente di cinema ci si può sempre fidare”, dice un'amica del regista che vende rose in strada perché il regime teocratico non gli consente di fare appieno il suo lavoro di avvocato. Parole chiave che danno tutta l'idea di quanto Panahi abbia intenzionalmente voluto mischiare il pubblico ed il privato, le riflessioni sul cinema con lo stesso film che si sta guardando. Perché l'intento è sempre quello di operare una denuncia politica a bassa intensità usando gli strumenti grammaticali tipici del fare cinema : per mostrare all’ottusità al potere che nella dimensione più umana possibile da attribuire alla Politica il pubblico e il privato tendono necessariamente a coincidere.  

Perché, alle condizioni date, diventa urgente mostrare il contrasto fenomenologico tra le imposizioni retograte del regime che rendono falsa la vita e la finzione cinematografica che ci racconta della verosimiglianza dei sentimenti reali. Viva Jafar Panahi. 

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