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Little Sister

Regia di Hirokazu Koreeda vedi scheda film

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La recensione su Little Sister

di supadany
7 stelle

Autore internazionale ormai affermato, e che finalmente comincia a circolare anche in Italia (si è visto in sala il precedente “Like father, like son” e si vedrà anche questo titolo già acquistato dalla Bim), Hirokazu Koreeda si inserisce nel solco della tradizione cinematografica giapponese con al centro del racconto tutto ciò che è “famiglia” e soprattutto un modo descrittivo sereno ed avvolgente che evita rigorosamente i colpi di scena e con essi qualsiasi artificio.

Le tre sorelle Kouda vivono da anni sole e nella stessa casa quando in occasione dei funerali del padre conoscono l’adolescente sorellastra Suzu che fa subito breccia nei loro cuori tanto che la invitano a vivere da loro.

La convivenza procede nel migliori dei modi, ma attorno a loro la vita va avanti, con decisioni importanti da prendere nella sfera affettiva così come in quella lavorativa che potrebbero cambiare la vita di ognuna di loro e di conseguenza anche quella delle altre.

 

Haruka Ayase, Suzu Hirose, Kaho

Our Little Sister (2015): Haruka Ayase, Suzu Hirose, Kaho

 

Hirokazu Koreeda ci porta, nuovamente, con la sua opera ad affrontare un modo assai distante dalle modalità, italiane ed europee, di raccontare, senza eccedenze o strepitii, con una delicatezza e semplicità disarmanti, con uno sguardo sincero e soprattutto un procedimento armonioso che stimola quelle che dovrebbero essere le sensazioni più comuni della vita, ma che spesso siamo abituati a relegare nelle ritrovie anche quando guardiamo un film.

E ci fa sentire meglio, ci porta con leggerenza in Giappone, tra meravigliosi viali di ciliegi in fiore e diatribe più o meno accentuate, confronti generazionali che si muovono tra un affetto incancellabile ma anche posizioni fortemente in contrasto, con paletti consolidati, ad esempio tutto ciò che concerne alla responsabilità (che rende comune ogni decisione del singolo), ma senza alzare la voce.

Un racconto che potrebbe snodarsi per ore ed ore, un po’ perché copre un arco temporale contenuto rispetto ai legami che racconta, un po’ perché se c’è una tappa iniziale completamente definita lo è di meno il finale, che è più un passo intermedio dato che alcune scelte che vengono accantonate in realtà, prima o poi, andranno per forza di cose riprese dalle protagonista.

Ma questo è anche un aspetto che lo spettatore non può non conoscere e che quindi si concatena con quello che a tutti gli effetti vediamo spostando le nuvole più in la, dando forza ad un’oasi protettiva sopravvissuta agli eventi mostrati, ma destinata a non essere immortale (e che tutto sia destinato a mancare, prima o dopo, ci viene più volte ricordato).

D’altro canto, appunto per questo, può apparire come opera non definitiva o comunque non tangibile fino in fondo (ormai, si vuole tutto e subito), per chi scrive è comunque una significativa esperienza (consigliata), probabilmente non al livello delle migliori prove del regista giapponese, ma innervata da ciò a cui l’autore tiene e che ci ha fatto capire di saper trattare con uno spirito fuori dal tempo (che corre).

Nella sua semplicità, rigenerante.

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