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Legend

Regia di Brian Helgeland vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su Legend

di alan smithee
6 stelle

La parabola ascensionale e il declino di due boss gemelli che riuscirono a diventare i padroni incontrastati della Londra scintillante dei night clubs. Due sfaccettature a prova di Tom Hardy, ma non di un regista solo volenteroso, che perde l'occasione di tener testa allo straordinario interprete con una storia che si discosti dai soliti cliché.

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Tutt'altro che "leggenda" la storia vera dei temuti e rispettati fratelli Kray: due gemelli corpulenti identici d'aspetto, ma diversissimi nel carattere, nel modo di impostare le proprie esistenze, nei gusti sessuali: in tutto, tranne che nella condivisione di un progetto ambizioso che li vedrà scalare piuttosto alla svelta, nonostante i "contrattempi" dietro le sbarre per l'unico dei due in grado di poter essere arrestato (l'altro è un pazzo conclamato, e dunque come labile di mente, per quanto dichiarato fraudolentemente non pericoloso per la società, non può  essere sottoposto ad arresto), l'ardua salita che li condurrà ad essere i più influenti titolari di nightclubs, in grado di levarsi di dosso con successo la pressante concorrenza di altri boss, e sapendo scendere a patti con le cosche mafiose italoamericane.

La vicenda è raccontata da una voce femminile che pare giungere dall'alto dei cieli, o almeno da una prospettiva di chi sa già come è andata a finire: si tratta del grazioso timbro vocale della fidanzata di Reginald, di estrazione popolare, una famiglia semplice con un fratello amico dei due futuri boss e una madre sempre istintivamente contraria a che la figlia frequenti quegli ambienti piuttosto malfamati o di discutibile moralità.

Reginald peraltro è il saggio dei due: il fratello sano di mente, lucido, dinamico e innamorato convinto di quella bella ragazza, che circuirà ed avrà per sé senza dover ricorrere a troppi insistenti corteggiamenti. Un cattivo certo, ma dai modi e maniere accattivanti ed affabili.

Ronald invece, oltre che a manifestare inquietanti tendenze psocopatiche, si svela apertamente omosessuale e per nulla preoccupato di dichiararlo, in un'epoca, gli anni '60, in cui quelle "pratiche" od attitudini, erano ancora considerate un reato.

L'ascesa dei due boss, messa in forse dall'arresto del primo e compromessa dalla gestione non proprio favorevole, anzi a dir poco scellerata dell'altro fratello, tutto proteso verso un fantomatico progwtto di beneficienza in africa, porterà al declino la parabola inizialmente inarrestabile dei due.

Brian Helgeland, regista su commissione di discreto livello, piuttosto che autore di cinema, e responsabile di titoli al massimo interessanti (Payback, Pelham 1-2-3), spreca un poco il valore aggiunto rappresentato da un Tom Hardy perfettamente a suo agio a rendere due personaggi uguali solo fisicamente, ma estremamente eterogenei caratterialmente, uniti ed amorevoli anche dopo le violente sfuriate che li vedono opporsi ed intralciarsi a vicenda. Nella versione originale si apprezza lo sforzo dell'attore che cambia voce in relazione al personaggio, sforzandosi di mutare espressione e corporatura, dando vita ad una interpretazione multipla camaleontica degna del gemello di Jwremy Irons in Inseparabili di Cronemberg.

Il film si concentra saggiamente sul valore aggiunto rappresentato da questo straordinario interprete, ma la storia, condotta un pò a livello standard, sullo stampino precostituito di molti gangster movies, non presenta né i tratti epici dei livelli scorsesiani, né tantomeno la profondità familiare della ancor più famosa saga coppoliana dei Corleone: forse pretendiamo troppo, ma visto il meglio, è difficile scendere a patti ed accettare senza un minimo di rimorso nostalgico esempi decisamente più calzanti di epopee e cinebiografie di figure "vilain". Pertanto della figura controversa e, almeno a tratti, accattivante dei fratelli Kray,  rimane pertanto una traccia significativa ed anzi il solco più concreto e genuino del film, che tuttavia si perde strada facendo tra i cliché d'ambiente di una scintillante vita notturna anni '60, ammaliante certo, ma troppo insistita ed "isolante" per risaltare in tutto il film, e reggere il racconto della solita parabola avviata in duplice ed opposta direzione, ascesa e crollo della carriera di non uno ma anzi due boss.

Perfetta anche fisicamente nel ruolo angelico ma anche mortalmente controverso di chi vede, ama incondizionatamente, ma cerca di essere altrove moralmente, la dolce Emily Browning, mentre nel nutrito cast riconosciamo un sempre troppo meravigliato Christopher Eccleston nel ruolo del poliziotto sempre troppo in ritardo coi tempi di reazione, Chazz Palminteri nel suo solito ruolo del boss mafioso, mentre il biondo Paul Bettany partecipa dovertito ad un gustoso cameo iniziale.     

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