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The Nice Guys

Regia di Shane Black vedi scheda film

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M Valdemar

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La recensione su The Nice Guys

di M Valdemar
5 stelle

 

locandina

The Nice Guys (2016): locandina



Così programmaticamente imbevuto di coolness e glamour, The Nice Guys, da risultare durante e alla fine dei giochi un esercizio di stile(mi) - di scrittura innanzitutto - estenuante e, paradossalmente, non così figo (come si spaccia e lo spacciano). Certo nulla di memorabile. Par quasi di assistere a una versione parodica, "disimpegnata" - senz'altro meno ispirata -, dell'Inherent Vice pynchon-andersoniano.
Un film che vive quasi unicamente nelle studiatissime rielaborazioni/ricostruzioni: scenica/ambientale - nonché solo nominalmente lisergica - nello spirito seventies, narrativa nelle derivazioni hard boiled/pulp, di genere nella lubrificazione di meccanismi da buddy movie.
Una prostituta imbellettata per la festa. Ma la festa è più nelle intenzioni, nelle ambizioni, nell'autoelezione, che nella resa effettiva. Tolto il (pesante) trucco, non rimane granché.
Certo le mani - e la testa - di Shane Black si riconoscono: caratterizzazione enfatica e stilizzata, propulsione dialogica, penetrazione umoristica-grottesca, contorno di presenze femminili, messa in scena colorita ed eterogenea.
Tracce rinoscibili di un modo di pensare/fare cinema, che conducono però verso una meta assai meno prestigiosa di quella anelata o potenzialmente meritata. E questo per diverse ragioni. In The Nice Guys elementi positivi ce ne sono: oltre alla chimica di coppia (di cui si dirà), bene alcuni dialoghi e battute, of course (freddure sui mariti senza palle comprese), un paio di scene (il megaparty che finisce tra spari e morti ammazzati; la lunga sequenza al salone dell'auto) che si ricordano però più per le stranezze che lo animano che per reale forza espressiva e ispirazione.
Di fatto, le buone intuizioni non riescono a bilanciare un passo nel suo complesso moscio: incidono la durata (due ore senz'altro non prive di parti innecessarie), i troppi tempi morti (lo sbadiglio, così come la risatina a dentri stretti, sono compagni ricorrenti di visione), l'intrico poliziesco banale e generico, la carburazione lenta (malgrado l'incipit gustoso), la sostanziale superficialità/superfluità del tutto.
Perdipiù, deludente si rivela proprio la sceneggiatura. Un conto sono i "cattivi" monodimensionali (il tizio spietatissimo che ammazza chiunque gli capiti a tiro da un lato, la tizia che rappresente i "poteri forti" dall'altro), un altro sono motivazioni e risoluzione semplicistiche, fiacche, casuali. Qualche passaggio scricchiolante ci sta, non che uno snodo fondamentale sia concepito in modo così risibile: perché mai all'incarico (una valigetta piena di dollari da consegnare) che puzza di trappola pure se hai perso il senso dell'olfatto (come il personaggio di Gosling) ci vanno entrambi i componenti della "strana coppia" lasciando a casa, da sole, la figlia di uno dei due e la tanto inseguita donna del mistero?? Cosa mai potrebbe causare una decisione del genere? Beh, ok, un'altra scena "fuori di testa" (Gosling che s'addormenta al volante mentre sogna un'ape gigantesca seduta in auto con loro) ... e sì, yeah, un esagitato - imprevedibilissimo - scontro a fuoco ...
Dettagli. Quisquilie. Come la svolta buonista nel finale di Crowe, intenerito dalle richieste della dolce tredicenne figlia del balordo compagno d'investigazioni balorde. Mah.
Per fortuna a - tentare di - reggere la baracca si immolano i due protagonisti, Russell Crowe e (soprattutto) Ryan Gosling. Che ovviamente si prendono tutto il film (giusto la giovanissima Angourie Rice regge minutaggio e scena, mentre Margaret Qualley è in quota "gnocca" e Kim Basinger non si capisce bene cosa ci stia a fare). Buone le loro performance, buona l'intesa: se il Bud White di L.A. Confidential rappresenta il lato serio(so), rude, sempre pronto a menare le mani, l'altro imperterrito e indomito fa le facce e lo scemo, oltre a prenderle da chiunque ed in qualunque occasione. Gli riesce bene, al solitamente non molto espressivo Ryan.
Bravi ma tutto appartiene al già visto.
In pratica, comunque, i due rappresentano una sorta di scissione del personaggio di Bruce Willis ne L'ultimo boy scout. Altro che figaggine insistita: nel film del '91, lo script fulminante e corrosivo appunto di Shane Black e la regia nervosa e metanfetaminica di Tony Scott ci regalarono un action a rotta di collo - tecnicamente definibile: coi "controcazzi" - da mandare a memoria.
Anche, e soprattutto, alla propria.


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