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Veloce come il vento

Regia di Matteo Rovere vedi scheda film

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La recensione su Veloce come il vento

di M Valdemar
5 stelle

 

locandina

Veloce come il vento (2016): locandina




Veloce come il vento ... da un'idea fastosa-&-furiosa che vede coinvolto un iper-caratterizzato Stefano Accorsi nell'atto di scimmiottare (esageratamente), tra gli altri, il Christian Bale di The Fighter, il piada-car racing movie che ci mancava.

Ci mancava il romanzamento di una storia vera (come immagini affiancate attori/personaggi veri sui titoli di coda certificano); ci mancava l'incipt propellente che, tra un'accelerata una serie di rivelatori sguardi "intensi" e un tripudio rombante di ralenty, preghiere (invero risibili) sussurrate e l'evento shock, plana sui cordoli ricattatori dell'emozione; ci mancava il classic(issim)o racconto di riscatto per mezzo di imprese sportive al limite; ci mancavano il corredo di scene "forti", drammi da famiglia disfunzionale, corse clandestine, product placement (uno, insistito, finanche in odor di "conflitto d'interesse") e allenamenti caserecci alla Rocky; ci mancava la figura femminile protagonista positiva e geniale e bella e ribelle q.b. (va di moda, eh, peccato venga fregata sul più bello dall'onnipresente onnivoro Accorsi).
Ci mancava, infine, un finale (assai rivedibile) che affronta l'ultima curva in maniera così pulita e gaia, "giusta", che non lascia la minima traccia di pneumatici né impressioni buone o memorabili (tutt'altro).
«Guarda che disperati veri siam rimasti in pochi», la sentenza (nonché frase-simbolo del film stesso) del "disperato vero", romagnolo inside, Stefano Accorsi. Davvero, un'interpretazione così eccessiva, una performance così in delirio da overacting (tanto che si potrebbe ridefinire il concetto stesso), un esagitarsi/conci(t)arsi/esprimersi così smodato che finisce col disinnescare, sempre, sé stesso, anche quando riesce ad azzeccare il momento o la battuta o la faccia.
La faccia vera di Veloce come il vento, a conti fatti: protagonista in lungo in largo e perennemente in pista, «tossico di merda» ma fisicato come uno sportivo in forma, sbrodola tra pose e mimiche ed espressioni gergali che spesso tracimano nel ridicolo. Non gli si crede, nel complesso; così come non si crede a molte delle scene che lo vedono al centro di isterismi urlati, biascicamenti assortiti, momenti deliranti tipici del fattone (da solo o in coppia con tipa più tossica e incasinata di lui), riprese improvvise e immotivate. Tutti suoi anche i momenti di stanca: per essere "veloce come il vento" il film ne attraversa troppi (le due ore di durata si sentono, e pesano).
Ma forse è giusto una brezza notturna e di riflesso, patinata, che rimane in zona pur guardando - e anelando a - realtà lontane.
La sintesi dell'opera(zione) di Matteo Rovere: una rimasticatura, in parte rielaborata con coraggio e mezzi, di tanti prodotti afferenti al genere, anche di nobile levatura. La sua rimane, in definitiva, una standardizzata storia di dramma familiare e riscatto, in cui il mondo delle auto di corsa pare fare tutt'al più da sfondo incidentale: le sequenze action - quelle relative al circuito del quale fa parte la protagonista, brevi ed intervallate come sono continuamente difatti dalle scene ai box - attengono più al dato didascalico e al repertorio (di riprese televisive, anzitutto) che al reale coinvolgimento, alla natura adrenalinica della corsa e della fusione uomo-macchina, del rombo dei motori incandescenti, della puzza di idrocarburi sparati nell'etere, dello sfrigolio delle gomme sull'asfalto (insomma, il pur convenzionale Rush è un altro campo da gioco).
Si salvano tuttavia il folle inseguimento a rotta di collo, molto d'effetto,  tra le vie cittadine (per quanto nient'affatto credibile: ma manco un incidentino che sia uno? E dove stanno tutti? chiusi al sicuro a strafogarsi di piadine e ciccioli?), e la lunga vibrante gara finale risolutiva - in particolare quando le auto sfrecciano tra i tornanti (mentre per le strade urbane vale quanto detto sopra) - ben accompagnata per contrasto da ricercate musiche per archi: soluzione gradita che ha così il merito di spezzare l'immarcescibile binomio macchine/pompanti note elettro-tamarre (che ovviamente caratterizzano le restanti scene).
Certo la resa estetica-grafica è nel complesso efficace, e l'empatia, stante limiti e difetti strutturali, comunque scatta.
Poco comunque, per un lavoro che si vorrebbe innovativo e nuovo (all'interno della stagnante cinematografia nazionale), ed invece è affossato tanto dalle ambizioni (mal riposte) quanto dalla pesante aura di divismo (da cui è ovviamente lontana la giovane Matilda De Angelis: non un fenomeno però senz'altro discreta); e che si basa inoltre su uno script debole che - tra incongruenze, oliati meccanismi e dialoghi convenzionali, figurine di contorno appena (o male) abbozzate e scelte poco convincenti - sbanda incontrollato frenando aspirazioni e reazioni.
Che molta critica già gridasse, come tuttora grida, al miracolo ancor (molto) prima che persino il trailer fosse diffuso, lascia qualche sospetto; o forse, semplicemente, è il sintomo di una voglia diffusa di "patriottismo cinefilo" come minimo fuori strada.


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