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Le Sedie Di Dio

Regia di Jerome Walter Gueguen vedi scheda film

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La recensione su Le Sedie Di Dio

di OGM
8 stelle

Ci sono sedie perfettamente inutili. Quelle che si rompono, che non si comprano più, che si gettano, che finiscono in una discarica, che risorgono sotto forma di grotteschi monumenti. Sono oggetti che tutti usano ma che non interessano nessuno, e dunque non servono a niente, non sono buoni nemmeno per farci sopra un film. Il cinema industriale è morto, e nella tomba si è trascinato dietro anche quel poco che rimaneva del cinema d’autore.  È il triste effetto della crisi,  che chiude le fabbriche, allontana la gente dall’arte, riduce in miseria i poeti. La voglia di fare se ne è andata insieme agli ultimi soldi, lasciandosi dietro un lungo dramma di fantasia inespressa, di talenti privati della materia prima su cui esercitarsi. Ciononostante,  un giovane regista francese ed un produttore indipendente italiano ci provano: credono che sia ancora possibile inventare qualcosa di nuovo, che sia realizzabile in un progetto, e che possa davvero ottenere successo. Se, nel profondo sud del nostro Paese, è sopravvissuta un’antica manifattura di sedie, forse non tutto è perduto. Da lì, da quella piccola azienda di provincia, i due protagonisti tentano di far ripartire il discorso creativo, che genera idee parlando della gente che produce. Ma questo, purtroppo, è destinato a rimanere rivolto al passato, oppure a essere proiettato altrove, verso i lontani orizzonti delle grandi economie emergenti, prima fra tutte la Cina.

Fotografare il presente è un’impresa illusoria, fugace come la realtà che cerca di inquadrare, fatta di benessere che sfuma, di lavoro che si perde, di disperazione che divampa. Sono tramontati, e per sempre, i miti di una volta che guardavano ai valori della tradizione, anche religiosa, per costruire un futuro prospero e luminoso.  Ciò che rimane è una rabbia diffusa ed indefinita, alla quale si può magari sperare di poter dare una forma, prima che il dilagare dell’incertezza se la porti via, mettendo a tacere le proteste e facendo sparire i dimostranti. Ad incombere, sul vecchio continente, è la sanguinaria dittatura del nulla, che accende fuochi autodistruttivi e spegne i lamenti gridati contro il cielo. Questo film cattura al volo le immagini di un mondo che sta svanendo nel peggiore dei modi, senza la dignità di una ribellione che possa essere consegnata alla storia. Il nostro eroico individualismo si è trasformato in una solitudine spoglia, un vano disabitato che non sappiamo come attrezzare per accogliervi la nostra amata libertà di pensiero. L’appartamento dello scrittore è un luogo spazioso che racconta della sua ricchezza di un tempo, e che non verrà mai arredato: niente cucina americana, niente camera da letto, ma solo rottami che si trovano lì chissà perché, e scarti di gommapiuma che non riescono a mettere insieme un abbozzo di materasso. Su quel deserto senza identità, nel quale la capacità di riflettere e sognare è solo una sventura morale che si aggiunge alla disgrazia materiale, premono con insistenza le masse che abitano i sobborghi di Pechino, dove non esiste l’uno, ma solamente i tanti, che dalla loro parte hanno la forza dei numeri e quella derivante dall’assenza di sottigliezze intellettuali. Da noi, c’è chi ha la testa zeppa di parole complicate, e trascorre la vita a riversarle invano sulla carta. Altrove, c’è chi invece riesce a campare vendendo aria pura per la strada.  Le sedie di Dio è il racconto di ciò in cui noi non crediamo più, e che dunque non riusciamo più a spiegare agli altri. Siamo indifesi e confusi. Stanchi dell’infelicità di non sapere per cosa, e contro chi, siamo chiamati a combattere. 

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