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The Elephant Man

Regia di David Lynch vedi scheda film

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La recensione su The Elephant Man

di cheftony
9 stelle

“Quest'uomo ha ventun anni, è inglese, si chiama John Merrick.
Signori, nel corso della mia professione ho dovuto vedere molte deformazioni orribili del viso causate da lesioni, morbi, mutilazioni e deformazioni del corpo causate da varie circostanze, ma non avevo mai incontrato una terribile e degradata versione di un essere umano come questa.
Mi permetto di farvi notare le anomalie che affliggono questo paziente. Vedete bene? Notiamo per primo l'ingrossamento del cranio. La protuberanza che gli deforma la fronte, l'eccessiva curvatura della spina dorsale. Ora voltatelo, vi prego.
La pelle è inesistente, a causa dei tumori fibrosi che coprono il 90% del corpo. […] Il paziente è sofferente, inoltre, per una bronchite cronica.”

Londra, ultimi anni del XIX secolo: Frederick Treves (Anthony Hopkins) è un giovane e brillante medico che scova per caso un clamoroso elemento di studio clinico in un freak show: si tratta di John Merrick (John Hurt), un uomo gravemente malato dall'aspetto orribile, sfruttato ed esposto come L'Uomo Elefante dall'alcolizzato Bytes (Freddie Jones).
Una volta esaminato e presentato il tremendo caso ai colleghi, Treves scopre i maltrattamenti a cui Merrick è sottoposto in qualità di fenomeno da baraccone e lo fa ricoverare nella stanza d'isolamento nella clinica dove lavora, cercando di nascondere sulle prime il fatto al vecchio direttore Carr Gomm (John Gielgud).
Vistosi presto costretto ad uscire allo scoperto a causa della ributtanza dell'aspetto del nuovo “ospite”, Treves presenta Merrick proprio a Gomm, scoprendo insieme a lui di non aver a che fare con un completo demente: John sa leggere, parlare, pensare, recitare la Bibbia a mente.
È un miracolo: dal presentarlo alle infermiere di stomaco più forte e alla moglie fino ad introdurlo nell'alta società vittoriana, con tanto di visita da parte di una nota attrice di teatro (Anne Bancroft), il passo è breve e Merrick diventa una curiosità di cronaca. Ma, nonostante tutto l'amore e le cure profusi e ricambiati, l'esposizione può davvero giovare ad un essere umano così peculiare oppure rischia semplicemente di dare di nuovo spettacolo di se stesso?

“Freddie! Che cos'hai, Freddie?”
“Stavo pensando al signor Bytes.”
“Perché proprio a lui?”
“Perché comincio a pensare che non siamo molto diversi, lui e io.”
“Ma è assurdo!”
“Sembra che io abbia fatto di Merrick una nuova curiosità da baraccone, capisci? Questa volta in un ospedale invece che in una festa di paese. Il mio nome appare continuamente su tutti i giornali. Mi lodano, mi incensano, i pazienti chiedono espressamente di essere curati da me.”
“Ma se lo fanno è perché ti giudicano molto bravo! John non è mai stato così felice in vita sua e, se lo è, lo deve completamente a te e a quello che hai fatto per lui.”
“Ma perché l'ho fatto? Questo è il punto!”
“Che cosa cerchi di dire?”
“Sono un uomo buono o un uomo cattivo?”

Dopo il difficoltoso e folgorante esordio surreale “Eraserhead”, eccezionale conferma per David Lynch con “The Elephant Man” nel 1980, film commovente per eccellenza nonostante la natura reale della maggior parte degli eventi narrati. Produzione fra le prime di Mel Brooks, noto soprattutto per le sue parodie e riluttante a produrre un film diretto e co-sceneggiato da quel giovane squinternato che aveva partorito “Eraserhead”: dopo aver visionato quest'ultimo film, però, come racconta lo stesso Lynch, Brooks uscì dalla sala di proiezione, andò incontro a Lynch e lo abbracciò dicendogli: “You are a mad man! I love you! You're in!” . Fu così che ebbe inizio la storia di un'opera sostanzialmente biografica, basata sui libri dello stesso Treves e dell'antropologo Ashley Montagu, su cui si sono poi messi al lavoro due sconosciuti sceneggiatori per dare vita ad uno script di cui Lynch viene a conoscenza tramite il piccolo produttore Stuart Cornfeld e su cui mette mano per portare a galla una storia tanto dolente quanto umana, incredibile, realmente avvenuta.
Aderendo in maniera incondizionata al dramma del fu Joseph Merrick (e non John, errore ancor oggi inspiegabile) e pur ponendo l'accento sulla volubilità insita nell'uomo attraverso le perplessità morali del dottor Treves, “The Elephant Man” è una sorta di rivincita della sociologia sui freak show per mezzo di un uomo tanto intelligente e sensibile quanto disgraziato, che, come in una favola dalle tinte oscure, entra persino nelle grazie della Regina sollevando la curiosità della parte migliore della società vittoriana, ma anche scatenando i peggiori istinti delle sue creature più immonde, tra sfruttatori e puttanieri.
Ovviamente ci sono elementi di finzione, romanzati, ma sono tutti in buona fede e atti a fornire una cornice ancor più drammatica alla narrazione: mi riferisco al personaggio di Bytes, a qualche anacronismo, al dono della parola già presente in Merrick (quando invece furono necessarie alcune operazioni chirurgiche al volto perché potesse parlare) e in misura minore alla scena dell'umiliazione quasi orgiastica, in verità un po' fuori posto nel suo essere eccessivamente ed ulteriormente tragica, alzando per breve tempo l'asticella dal dramma al patetismo.
Un grande merito per la straordinaria resa “sentimentale” va ad interpreti di altissimo livello, a partire da un sentito e bravissimo Anthony Hopkins a John Hurt magnificamente truccato sfruttando i calchi del vero Merrick di cui veste il canceroso “involucro”, passando per il gran valore dei comprimari di lusso John Gielgud, Wendy Hiller e Anne Bancroft.
Sono solo alcune le somiglianze con “Eraserhead” (ma una su tutte: il fumoso e industriale bianco e nero, qui curato in modo superbo da Freddie Francis), sono addirittura pochissime quelle con le opere future di Lynch, che qui dimostra comunque sicurezza, padronanza e colpi di genio degni di un regista “classico” ben più navigato; basti pensare all'idea di non mostrare chiaramente Merrick per almeno mezz'ora di film e, anzi, lasciare che il primo incontro con Treves sia percepito principalmente dagli occhi gonfi di lacrime di quest'ultimo. Degno di menzione anche il ruolo fittizio della madre di Merrick, che occupa i primi onirici e scioccanti minuti.
Un capolavoro immortale, doloroso e toccante come pochi altri. La scena sul battello, condotta da manuale e che non può lasciare impassibile neanche uno spettatore dal cuore granitico, e quel liberatorio sonno “normale”, senza una pila di cuscini, valgono tutti i fazzoletti del mondo. Una meraviglia.

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