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San Andreas

Regia di Brad Peyton vedi scheda film

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La recensione su San Andreas

di supadany
4 stelle

Oltre i terremoti niente.

San Andreas rientra appieno - con tutto il carico di effetti (speciali) e difetti - nel filone catastrofico, con una formula vecchia come il cucco, articolata tra gli affari privati di una famiglia (da ricomporre) e la distruzione di massa.

Senza voler fare pulci eccessive sulla sceneggiatura, che in questi casi conta relativamente, vi è comunque un accumulo di devastazione tale da finire per sembrare a comando, spegnendo ogni altra opportunità (ammesso che quest’ultime fossero minimamente contemplate).

Quando la California subisce un (primo) tremendo terremoto, Ray (Dwayne Johnson) fa ricorso a tutte le sue energie per salvare l’ex moglie (Carla Gugino) e sua figlia Blake (Alexandra Daddario).

Intanto, i grattacieli crollano, si registra la scossa più forte di sempre e al resto ci pensa uno spaventoso tsunami. La missione di Ray sembra disperata, ma lui non si arrende, memore anche di un funesto incidente che in passato ha segnato la vita della sua famiglia.

 

Dwayne Johnson, Carla Gugino

San Andreas (2015): Dwayne Johnson, Carla Gugino

 

Brad Peyton – già autore di sequel di bassa leva come Cani & gatti. La vendetta di Kitty e Viaggio nell’isola misteriosa – dirige senza personalità uno script di Carlton Cuse (Lost) che somiglia tranquillamente a tanti altri, semplicemente ingigantendo qualsiasi cosa all’inverosimile, trascurando solo la coerenza.

Nasce così San Andreas, un catastrofico nato vecchio, che assesta una consecutio senza fine di macroeventi devastanti, entrando in azione come un elefante all’interno di una cristalleria, con un primo salvataggio che già tende a esagerare, per giunta sulla base del nulla.

L’armamentario poi è arcinoto, con caratteri disposti malamente – alla sagra dello stereotipo non sfugge niente - e un’enfasi sconsiderata, segnata anche da un contorno musicale esagitato.

Comunque, il piatto forte non può che essere rappresentato dagli effetti speciali, sotto i quali il resto non può che finire in secondo piano: a parte la sporadica sensazione di finto, l’offerta è dirompente, quasi postmoderna quando impila negli stessi fotogrammi transatlantici e grattacieli, peccato che trasmetta anche compiacimento della catastrofe che genera.

Se questo può essere un difetto relativo, peggio va per la vicenda umana; non ci vuole un genio per intuire come evolveranno gli equilibri familiari, ma di fronte alla collezione di disastri cui assistiamo, le considerazioni finali, infarcite della tipica melassa del caso, stridono con la carneficina attuata, per quanto il più delle volte sia fuoricampo (se mai accadessero fatti del genere, si parlerebbe di milioni di morti).  

Passando al materiale umano, Dwayne Johnson è ormai protagonista collaudato per i blockbuster di tutte le stagioni (già in Fast and furious dal capitolo cinque e prossimamente in Baywatch), mentre ha altrettanto rilievo la prorompente Alexandra Daddario, il cui personaggio è un esemplare dell’immagine della donna sempre più decisiva e capace di arrangiarsi anche nelle situazioni più disperate (rimane invece sconcertante il peso (piuma) della presenza di un cavallo di razza qual è Paul Giamatti).

In ogni caso, ciò che rimane maggiormente impresso nella mente sono i disastri: quelli per cui abbiamo pagato il biglietto, fagocitanti, incredibili, sempre più devastanti, ma anche quelli propri di una storia descritta senza alcuna attenzione, dove un crollo imperioso conta di più della sensazione di pericolo.

Umanamente demotivante. 

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