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Io sto con la sposa

Regia di Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Io sto con la sposa

di Kurtisonic
5 stelle

scena

Io sto con la sposa (2014): scena

In un panorama cinematografico sempre più povero di idee che di mezzi strabilianti, il documentario Io sto con la sposa prova ad invertire la rotta, elevando il classico prodotto video fatto in casa a cinema vero. La sua natura spettacolare non è data tanto dalle immagini reali, ma dal contenuto tanto meritevole dall' essere documentato.  Oltre all'encomiabile azione dei tre registi che per realizzare e testimoniare il viaggio fra Milano e la Svezia di alcuni profughi clandestini siriano palestinesi hanno rischiato l'arresto e la prigione, sarebbe la convergenza terminale con il pubblico a determinarne l'effettivo valore (oltre che quello umano di solidarietà) dell'operazione, mettendo a fuoco le legittime speranze dei protagonisti con la realtà alla quale vanno incontro. Il discreto battage mediatico su di un lavoro finanziato da una rete umana di solidarietà crea già di per sè un'aurea di simpatia, poi lo scenario veneziano di quest'anno con una dose contenuta di glamour che benevolmente gradisce il corteo di tante donne vestite da sposa che invadono il Lido e successivamente la sala di visione, a cui si aggiunge la lunghissima standing ovation finale di un pubblico in delirio interrotta solo da un fasullo e spettacolare allarme bomba devono anche indurre alla disamina nuda e cruda di quel lavoro. Che una delle missioni del cinema sia quella di informare su realtà specifiche non c'è alcun dubbio (citando un condivisibile post passato di Spaggy che lo accomunava all'educare e all'intrattenere). Per un'ora e mezza il pubblico è costretto a far parte e a condividere la fuga in presa diretta dei protagonisti, il cui esito però è già quasi conosciuto del tutto, a questo punto  sarebbe la forma a dover incidere sullo spettatore, a metterne a fuoco il suo potenziale metro di giudizio. L'impegno di ben tre registi, anche se costretti da tempi e condizioni emergenziali a cui comunque ha fatto seguito una post produzione rielaborata, presuppone anche tre punti di vista, forse impossibili da esternare stando dentro un abitacolo di un'auto e con il mezzo di ripresa incollato sui volti segnati dei profughi. Il viaggio si risolve (per fortuna ) in un divertito e amaro tragitto senza inciampi che sembra precludere al soddisfacimento delle aspettative (e glielo si augura), anche se in concreto le didascalie finali spiegano che le cose non andranno per tutti nello stesso verso. L'indifferenziato entusiasmo di pubblico e stampa invece sembra non accorgersene come se la riuscita dell'operazione rappresentasse la soluzione magica di un problema così serio che i protagonisti vivono sulla loro pelle. La scelta di privilegiare i toni più leggeri, escludendo le pause e i momenti di timore che avranno pur attraversato le riprese, se da un lato sdrammatizza dall'altro fa confliggere la tragicità dell'emigrazione con una narcisistica autoassoluzione ideologica del pubblico da esibire quando fa comodo, figuriamoci poi quando è gratuita in presenza degli stessi protagonisti, se davanti alle telecamere poi è il massimo..Manca così qualche elemento di riflessione, di rallentamento che rispecchi anche quello che le persone incontrano, diciamo una cornice che mostri  qualche sfumatura grigia di questo presunto paradiso da raggiungere che offriamo loro. Un'innata e spontanea capacità d'attore di qualcuno e l'eccellente accompagnamento musicale fanno il resto, ma il corto circuito con la superficialità a cui è chiamato il pubblico resta a galla. Della domanda che può scaturire dalle immagini, "noi siamo così, e voi?" si elude elegantemete la seconda parte, e guai a chi non batte le mani. Potrebbe dimenticare i panni sporchi in una busta che viene scambiata per una bomba..

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