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Noi e la Giulia

Regia di Edoardo Leo vedi scheda film

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La recensione su Noi e la Giulia

di LorCio
7 stelle

Tre trenta-quarantenni (un venditore d’auto, un televenditore e un ex ristoratore) associano per caso i propri fallimenti esistenziali acquistando un casale nella campagna campana con l’obiettivo di renderlo un agriturismo. Si uniscono un maturo comunista okkupante e una svalvolata ex cameriera incinta. Finché, a bordo di una Giulia 1300, arriva un piccolo camorrista venuto a chiedere il pizzo. Dov’è lo scarto tra la maggior parte delle troppe commedie italiane delle ultime stagioni e il terzo film di Edoardo Leo? Come nella migliore tradizione del nostro cinema brillante, i quarantenni Leo e Marco Bonini esprimono i turbamenti della loro generazione nella dimensione di una commedia agrodolce, semplice e popolare, partendo da un’idea forte che appartiene alla letteratura, in questo caso contemporanea (un romanzo di Fabio Bartolomei, scuola romana), affidandosi dunque ad un intreccio già di per sé solido al netto delle perdite di quota (specialmente nella seconda parte, in cui l’equilibrio dramedy non sempre regge). È un atto di umiltà artigianale non banale in un panorama, quello della commedia nazionale, dominato dai remake con la carta carbone dei prodotti esteri e dalla noiosa sensazione di deja vu.

 

Potendo contare su una buona struttura, c’è spazio per un lavoro non banale sui personaggi, che recuperano il sapore rustico della coralità: ognuno trova la propria occasione per dimostrare le sfaccettature dei loro caratteri finalmente tridimensionali, nonostante qua e là s’inceda troppo su cliché e tormentoni. Se ne giovano particolarmente Anna Foglietta di candida naturalezza e soprattutto Claudio Amendola in clamorosa rentrée come comunista combattente e Carlo Buccirosso strepitoso camorrista musicofilo (ma anche gli altri tre meritano attenzione, compreso il bravo Luca Argentero in costante crescita). Film d’attori con personaggi finalmente interessanti (perfino nel come si vestono, con un occhio a Buccirosso, costretto alla prigionia e quindi significativamente abbigliato con gli indumenti dei suoi vivandieri), ha il suo punto di forza nel coerente inserimento in un contesto realista, con tutte le contraddizioni della provincia campana, ma certamente mitigato dalla metafora (la banda degli onesti falliti contro la criminalità organizzata). E in definitiva un manifesto dell’ideale collettivista di cui vuole farsi portavoce la miglior commedia oggi possibile (Smetto quando voglio, ma anche sprazzi di Posti in piedi in Paradiso e Una piccola impresa meridionale).

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