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La memoria dei cani

Regia di Simone Massi vedi scheda film

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La recensione su La memoria dei cani

di EightAndHalf
9 stelle

Flusso di (in)coscienza infantile, passaggi silenziosi e infiniti tra le memorie, i gesti, gli eventi, gli sguardi. L'animazione di Simone Massi tremola, risplende di vita propria, è concretizzazione immanente di emozioni allo stato puro, in cui il colore è presentimento e la fine dell'infanzia è la fine del sogno. 
Un muro, un muro tremolante, e la figura altrettanto tremolante di un bambino che triste si sporge, varca un limite con un senso di profonda mestizia. Appena lo sguardo da triste si fa deciso il bambino comincia a correre, indietro, verso le immense campagne. Oltrepassa con indifferenza il cane, che abbassa la testa un po' come aveva fatto il bambino, e forse altrettanto mesto ci fa accedere alla sua mente, alla sua (del cane, del bambino..) dolce agonia. Il bambino ancora corre, raggiunge la grande casa, si aggira (l'immagine vola aggraziata), cerca qualcosa, un drappo rosso lancia un presentimento (nel complesso bianco e nero assai espressivo), e finalmente si distingue la figura di un caminetto, e di un anziano (nonno?), che guarda il bambino (noi..) serio e imperturbabile, come ad avvertirlo/avvertirci anche lui che il limite sta davvero per essere attraversato. Il cane abbaia in lontananza.
Il vecchio si alza e va dileguandosi dietro le pareti, il bambino con la sua coscienza lo rincorrono fino al soleggiato e frastagliato fuori. E a quel punto il vento ci trasporta via, ci tira con sé verso l'attesa dissoluzione dell'ingenuità, tra alberi e desertiche praterie. La coscienza del bambino è ormai coscienza aleatoria, svolazzante, è la vista dello spettatore, e supera alcune figure in nero, donne intente al raccolto, che innalzano il busto per osservare quello che stiamo per guardare noi. Il vento è l'unico commento musicale. Uno zappatore, che ha perso la grandiosità delle figure milletiane, si asciuga il sudore con un braccio, e noi entriamo nella sua mente, nella sua coscienza. Il labirinto degli sguardi e delle consapevolezze ormai ha raggiunto un livello inestricabile, siamo immersi nell'imminenza di un qualche avvenimento terribile, a cui il bambino sta per fare definitivamente accesso. Per sbrogliare la matassa, per risolvere i misteri che riserva ancora quell"oltre-il-muro". O che sia forse il bambino stesso, diventato adulto e diventato zappatore, che ricorda quando, nascondendosi sotto la veste della madre, poteva vederne i desideri, le paure, gli antichi ricordi, gli animali dell'infanzia, secondo un processo che lei come tutti avevano dovuto superare e che aveva come passaggio necessario quello della drammatica nuova consapevolezza dell'esistere (vedi il terribile Dell'ammazzare il maiale)? La condivisione dei ricordi diviene condivisione della maturità acquisita, e in un breve ritorno alla realtà di un tempo, sotto l'albero spoglio di un autunno ventoso, il nonno è pronto a puntare il fucile contro il cane, che pronto accetta il suo destino. A non accettarlo è il bambino, che in attimi di spasmodica tensione corre, si appresta a salvare quel poco che di felice e di ingenuo gli è rimasto, il suo animale, che pure è detentore di questo suo tesoro vitale, proprio perché la testa dell'animale, all'inizio del cortometraggio, si era trasformata nel bambino stesso. E la trasformazione avviene anche ora, quando gli occhi del bambino piangente sono le porte delle casa da cui il bambino stesso esce per poi cadere tramortito nel bianco nulla al momento dello sparo. L'intricato nodo di coscienze è diventato un nodo di tristezze, di consapevolezze, di vite raffreddate di fronte alla scoperta della tragedia. L'oblio, il vuoto, la distruzione. La propria piccola immortale apocalisse. Gli occhi addossati a quel muro. Era un sogno? No, è il lento ingiusto processo di accettazione, la rinuncia al sogno infantile, l'inizio della sofferenza. 
Simone Massi è uno dei più grandi registi d'animazione del cinema italiano contemporaneo, perché è in grado di far convivere dolcezza, paura, sofferenza e tante altre emozioni a livello fortissimo in una stessa immagine. Ogni suo fotogramma non è scisso dall'altro, è parte di un tutto fluviale e torrentizio, uno stream of consciousness che è vita, morte, quieta rinascita. Nella sua apparente complessità La memoria dei cani parla semplicemente di un risveglio, di una crescita, del primo passo nella maturità, e com'è giusto in esso convivono straziante nostalgia e mesta rassegnazione, a cui non sopravvive la possibile curiosità. E' il rigor mortis dell'illusione cinematografica, e della sua forma più fantasiosa, l'animazione. 

La memoria dei cani, per questo e per altro, è un gigantesco capolavoro. 

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