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La isla minima

Regia di Alberto Rodriguez vedi scheda film

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La recensione su La isla minima

di laulilla
8 stelle

Siamo nel 1980, a soli cinque anni dalla morte di Francisco Franco, il feroce dittatore che dal 1939 aveva governato ininterrottamente la Spagna. I cittadini spagnoli, ora, avrebbero voltato volentieri pagina.

 

La transizione alla democrazia, però, non era stata tra le più facili: in primo luogo perché il regime era durato quasi quarant’anni, lasciando alla dittatura tutto il tempo per radicarsi profondamente nel tessuto sociale del paese anche favorendo le carriere dei funzionari più docili e ubbidienti, che ancora occupavano i gangli vitali dello stato.

In secondo luogo perché la Spagna – per le sue caratteristiche territoriali e per la sua stessa storia – non è (neppure oggi) un paese omogeneo: un conto è vivere a Barcellona, a Madrid, o a Siviglia, grandi città nelle quali, per quanto diversissime tra loro, penetra la curiosità per il mondo moderno e anche la voglia di libertà; un altro conto è vivere nelle zone montuose o nelle sperdute campagne del sud Ovest della penisola iberica dove ci si sente dimenticati da Dio e dagli uomini.


Di questa parte del mondo parla questo bel film che, descrivendoci l’estuario del Guadalquivir, il grande fiume che attraversa l’Andalusia, ce ne mostra le paludi e gli acquitrini che rendono l’atmosfera mefitica e soffocante, nebbiosa anche in piena estate: chi vive in quei luoghi diventa per lo più scontroso e diffidente, tanto ripiegato su se stesso da non voler collaborare con le autorità locali neppure per risolvere il clamoroso caso della scomparsa di due giovani sorelle, durante una festa paesana, la sola occasione di svago da quelle parti.
Si trattava di due ragazze belle e giovani, che sognavano di andarsene e che perciò avevano cercato un lavoro a Malaga: erano così insofferenti del luogo e così belle e vivaci, da aver scatenato maldicenze e pettegolezzi sul loro conto, tanto che neppure il padre era disposto a cercarle.
Solo la madre, con una lettera alle autorità madrilene, aveva ottenuto che le indagini si avviassero davvero: la capitale aveva mandato due ispettori, Juan (Javier Gutiérrez) e Pedro (Raúl Arévalo) per affiancare la polizia locale.
Juan era un uomo di mezza età, con un passato apertamente franchista: il regime se ne era servito spesso per la sua spietatezza, sempre protagonista attivo delle torture più efferate pur di ottenere le confessioni di presunti colpevoli; Pedro era, invece, un giovane interessato a battersi, anche nelle forze di polizia, per i diritti e la democrazia: entrambi dunque, sia pure per opposte ragioni, scomodi al potere che si stava formando ma che non aveva trovato ancora la propria stabilità.

Meglio, dunque, allontanarli entrambi.


Naturalmente le indagini non si presentavano facili, sia perché non esisteva accordo sui metodi per condurle, essendo Juan e Pedro in dissenso profondo a questo proposito, sia perché lo stesso magistrato che avrebbe dovuto favorirli, diffidava di entrambi nel timore che offuscassero la sua popolarità, dovuta anche alla sostanziale sua connivenza con i gruppi di potere locali, in qualche modo oscuramente coinvolti nel “caso”.

 

La speranza di inabissare le indagini, impaludandole negli acquitrini impraticabili del Guadalquivir, si era però arrestata proprio quando il grande fiume aveva restituito i corpi orrendamente mutilati e seviziati delle due giovani, poi di un’altra, che era stata una loro amica e poi oggetti e brandelli di cose diverse che facevano pensare alla presenza di un serial-killer che avrebbe potuto continuare indisturbato a uccidere mettendo a rischio l’intera popolazione femminile della zona.


Il film diventa dunque un noir appassionante, carico di tensione, ben sottolineata non solo dal crescere della diffidenza sospettosa di ciascuno in una realtà sociale dove nulla è ciò che appare, ma anche dalla corrispondenza sempre molto convincente fra l’ambigua oscurità dei fatti e dei comportamenti e i tratti sfuggenti di un paesaggio quanto mai adatto alle insidie e alle trappole senza sbocco, i cui contorni si precisano solo dall’aereo, a una distanza che renda evidente la mappa dei luoghi. Analogamente saranno allora, proprio i due “esterni”, a dover trovare il compromesso “alto” necessario per venire a capo del difficile problema, che è la ragione stessa della loro presenza. Mi è sembrato, dunque, l’intero film una trasparente metafora politica, che contiene anche l’invito alla conciliazione fra gli uomini di un inservibile passato e quelli del presente, che hanno a cuore le sorti di una Spagna che non avrebbe più potuto disgiungere i propri destini dalla democrazia.

 

 

 

 

 

Il film, che è molto bello e ottimamente costruito, è ricchissimo di citazioni, sottolineate dalla critica: qualcuno dà per certa la sua indiretta derivazione dalle opere cinematografiche o televisive  di Fincher o di Lynch; altri esprimono su prestigiose e patinate riviste internazionali la convinzione accusatoria che si tratti di una pallida copia del bellissimo Memories of Murder, di Joon-ho Bong.  Modestamente ritengo che il regista Alberto Rodriguez abbia conosciuto molto del cinema girato prima del suo, ciò che ne testimonia l'ottima cultura cinematografica, sulla quale, in modo originale e puntuale, egli ha costruito un importante aspetto della storia del proprio paese.

Ben dieci premi Goya lo hanno riconosciuto, così come il pubblico europeo, che gli ha tributato un successo ben meritato.

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