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The Lobster

Regia di Giorgos Lanthimos vedi scheda film

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La recensione su The Lobster

di laulilla
8 stelle

Premio speciale della giuria al Festival Di Cannes del 2015

The Lobster, ovvero l’aragosta è l’animale che David vorrebbe diventare, al termine dei quarantacinque giorni di residenza coatta nell’albergo creato appositamente per i single come lui in una realtà sociale distopica (futura, forse) in cui, per qualche misteriosa ragione, a nessuno, uomo o donna, è permesso di vivere da solo.

 

Il potere dominante in quella società, è, infatti, molto ben organizzato e provvede immediatamente alla cattura dei vedovi, delle vedove, o degli amanti che si sono lasciati, per ricoverarli in quella struttura, dove chiunque, alla fine del soggiorno, non abbia trovato la propria metà viene trasformato in un animale, secondo la scelta che ciascuno ha dichiarato prima di essere "accolto".

Le regole a cui i “villeggianti” si devono attenere sono poche e semplici, né mancano di una qualche “correttezza” politica: sono accettati gli omosessuali, per esempio, per i quali, naturalmente, valgono le stesse leggi; non i bisessuali, però, che come i single non possono essere tollerati. Si comprende subito, allora, che quelle poche e semplici norme sono state create per favorire il controllo dei comportamenti, che è più difficile se le persone vivono da sole, oppure se il percorso della loro vita non segue i binari rassicuranti della “normalità”, secondo l’accezione comunemente accettata in una realtà dominata dalla paura della diversità, in cui sono amate le definizioni nette e manichee, tanto quanto detestate le sfumature e le analisi sottili.

 

 

Ecco, dunque, che il nostro David (un Colin Farrell perfetto per quel ruolo) entra in quella struttura accompagnato da un bel cane (così era stato trasformato suo fratello), senza molte speranze di trovare la partner giusta per lui.

Riuscirà, però, fortunosamente, a fuggire e a ritrovarsi in mezzo a un bosco, accolto all’interno di una comunità di single irriducibili, guidata da una virago spietata (bravissima Léa Seydoux), ben decisa a far rispettare a qualsiasi costo la libertà (?) dei single che sono scampati alla metamorfosi animalesca.

La situazione di David, come si intuisce, non migliora di molto, essendo ora, per sua disgrazia, vittima di un altro fanatismo ideologico, rovesciato specularmente rispetto al primo, ma non perciò meno stupidamente tirannico.

 

Nulla come le imposizioni e i divieti invogliano a trasgredire, soprattutto se si riferiscono a quella sfera di opzioni privatissime che riguardano l’amore, in cui ciò che è lecito o illecito non può essere deciso da chi è esterno a quell’esperienza: in men che non si dica, infatti, David si innamora d’una donna che a sua volta lo ama. La coppia si è questa volta formata liberamente: per sottrarsi alla nuova tirannia, però,  non le resta che fuggire alla ricerca di una libertà assoluta, cioè sciolta da vincoli e controlli sociali. 

 


 

E’ possibile questa condizione?

 

La domanda costituisce, probabilmente, il tema centrale del film e non è nuova: aveva trovato una drammatica risposta in L'ultimo tango a Parigi (Bertolucci, 1972). 

In The Lobster, dove l’intera situazione si invera in un’allegoria grottesca e spesso crudelmente umoristica, le conclusioni non sono meno drammatiche (non intendo ovviamente anticiparle) e mettono in risalto, simbolicamente, a quale insostenibile prezzo sia possibile.

 

Yorgos Lanthimos evidenzia, con un linguaggio originale, razionalistico e nero fino alla perfidia, davvero poco sentimentale, la precarietà dell’equilibrio di coppia, ma anche la fragilità del nostro equilibrio individuale, sottoposto di continuo alle sollecitazioni che vengono dalle attese che la società esprime nei nostri confronti, alle quali è difficilissimo se non impossibile sottrarsi del tutto.

E’ uno di quei film che può molto divertire (come è successo a me), perché fa appello alla nostra ironia e alla nostra curiosità indagatrice, ma può anche molto irritare chi si aspetta di trovare altra cosa da un racconto filosofico condotto con la precisione di un teorema.

Bellissime e accuratamente selezionate le immagini del paesaggio irlandese del Kerry, sfondo dell’intera vicenda; bellissime e perfette le musiche; ottimi gli attori, perfettamente guidati, 

Aggiungo che il regista di questo film citando talvolta apertamente Buñuel, (l’ultima scena rimanda ad esempio a Un chien andalou, altre a Il fascino discreto della borghesia, altre ancora a l'Angelo Sterminatore•...)  e Avranas (con la scena del suicidio tratta da Miss Violence), dimostra la sua attenta conoscenza cinefila, ricordando, non a caso, due registi di cui coglie appieno sia lo spirito dissacrante e anticonvenzionale, sia la rappresentazione disturbante di un’umanità costretta a vivere senza libertà.

 

 

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