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Macondo

Regia di Sudabeh Mortezai vedi scheda film

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La recensione su Macondo

di leporello
7 stelle

   Nel quartiere “Macondo”, nei sobborghi di una Vienna che non si vede mai, vive una comunità multi-etnica di rifugiati, migranti e richiedenti asilo provenienti da diverse parti del mondo. In particolare, a far parte di una numerosa cellula cecena fuggita al tempo della guerra contro la Russia, c’è anche il piccolo Rasaman, appena undicenne, orfano di padre (e di guerra), che cerca di prendersi cura al meglio delle due sorelline e di una giovane madre triste e un po’ spaesata. Rasaman è molto responsabile, giudizioso, rispettoso delle regole interne ed esterne al suo gruppo, accettando con fierezza e con una fatica che si sforza di tenere nascosta il suo ruolo di “uomo di famiglia”. Ma sulle sue spalle ancora troppo acerbe, piovono dapprima alcune rischiose amicizie di coetanei un po’ meno giudiziosi di lui, inclini alle marachelle e a certe furberie non proprio legittime, e poi l’arrivo di Isa, un giovane solitario, gentile e di poche parole, che si presenta alla casa di sua madre come amico del defunto genitore, compagno d’armi rimasto gravemente offeso ad una mano, portando loro una vecchia fotografia della loro famiglia e un vecchio orologio russo, oggetti appartenuti al defunto.  Ramasan stringe inizialmente amicizia con quest’uomo, se non altro per sapere qualcosa di un padre del quale, mancato quando lui era troppo piccolo, non conserva ricordi troppo precisi; ma quando si accorge che, pur senza che nulla sia mai stato dichiarato da nessuno, Isa potrebbe volersi sostituire non solo a suo padre, ma anche a sé medesimo nel ruolo di maschio responsabile della famiglia,  il bambino ha un moto di ribellione e di rifiuto, finendosi per porre in conflitto ed in competizione con l’altro.

 

   La brava Sudabeh Mortezai, nata in Germania da genitori iraniani, sceglie con ragione di titolare questo film con il nome stesso del quartiere: “Macondo” è un modo a sé stante, a parte, un universo parallelo dal quale la regista non si separa per uno solo istante. Macondo è reso e raccontato come un quartiere sì povero, ma estremamente dignitoso, dove gli adulti si arrangiano con bastanti, umili lavori, i bambini vanno a scuola coi loro zainetti e poi  giocano a pallone o a calciobalilla, dove la comunità conserva le sue/le loro tradizioni senza che nulla abbia motivo di interferire od opporsi. Neppure un’Austria qui descritta con molta benevolenza; certo non calda ed accogliente, ma sinceramente orientata a fare il possibile per questi suoi ospiti, senza ostilità e senza tanti pregiudizi, magari giusto alzando un po’ il sopracciglio in qualche occasione.

 

   E questa visione voluta dalla regista, le consente di concentrarsi al massimo sull’umanità dei protagonisti, riuscendo ad universalizzare l’umanità in maniera eccellente.
“Macondo” è, come la stessa Mortezai afferma, un documentario che, grazie ad alcune suggestioni semplici, diventa una storia. Scarna ed asciuttissima, concreta coma la fatica di sopravviversi, la narrazione del film si avvale di diversi perni molto solidi ed efficaci: il divano abbandonato su cui usano incontrarsi Ramasan e Isa, l’agognato “parco giochi” al quale i bambini non austriaci non riescono ad avere accesso, la fila di portoni lungo il porticato che avrà partorito come una lupa selvatica la figura ancestrale di un padre che forse ritorna.E di alcune scene davvero riuscite, una tra tutte la festa danzante durante la quale, dopo l’invito al ballo di Isa rivolto a sua madre,  la furia di Ramasan esploderà nella sua mente con celata violenza.

 

   Una bella storia di maturazione personale e collettiva, alla quale hanno dato volto degli ottimi non-attori (il viso serio e pulito di Ramasan Minkailov è destinato a rimanere impresso, così come Aslan Elbiev nel ruolo di Isa, che se nei titoli di coda ci avessero scritto Willem Dafoe in pochi avrebbero trovato da ridire...), e sotto la quale c’è la firma una non giovanissima, perlopiù sconosciuta tedesca di adozione, apprezzata con questa sua opera prima al Festival di Berlino di qualche anno fa, e della quale spero di risentir parlare.

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