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Viviane

Regia di Shlomi Elkabetz, Ronit Elkabetz vedi scheda film

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La recensione su Viviane

di amandagriss
9 stelle

 

Una causa di divorzio è l’indovinato pretesto o lo spunto ideale per ingaggiare una tesa, coinvolgente, esaustiva, lacerante, perfino divertente per i paradossi che crea, indagine sull’uomo, sulle dinamiche relazionali tra gli individui, tra maschio e femmina.

Calati in un contesto socio-culturale-religioso (il mediorente) che percepiamo a grandi linee  ---quelle necessarie per comprenderne la fattura e il diretto o indiretto condizionamento sull’andamento, le modalità, la durata del percorso legale a cui siamo chiamati ad assistere, totalmente assorbiti---  così da permetterci di osservare, con la giusta distanza, oltre la superficie, quanto la storia di questo infinito divorzio potrebbe svolgersi secondo i medesimi crismi, pur con qualche (sostanziale) differenza, in un qualsiasi posto del mondo, visto che i meccanismi che regolano i rapporti interpersonali, la vita di coppia, al di là delle convenzioni e tradizioni peculiari di un popolo, sono praticamente, fondamentalmente, gli stessi ovunque.

E quindi, ci ritroviamo innanzi a situazioni di vita vissuta che paiono riproduzioni all’infinito di un unico sentimento originale comune a tutti, che tutti, ovunque, sono in grado di riconoscere e comprendere.

 

 

 

Oltre il visibile oggettivamente dimostrabile c’è l’invisibile, ovvero quello che non c’è solo perché non è evidente, perché non salta subito all’occhio, perché nessuno si ferma a vedere, perché nessuno vuole vedere.

Ma l’invisibile racchiude una verità che brucia come il fuoco.

E solo demolendo pezzo per pezzo le apparenze, dare libero sfogo al cancro emozionale che ci divora dall’interno, possiamo portarla fuori la verità. E raffreddarla.

Per farlo, bisogna trovare le parole giuste, e non è facile. Non è affatto facile razionalizzare le proprie emozioni, figlie di anni di dolore, rabbia, risentimento, odio, disgusto, e dar loro voce, perché è assai elevato il rischio che pronunciando la nostra intima afflizione, questa risuoni come stucchevole capricciosa ridicola accozzaglia di isteriche frivolezze senza senso e nessuna importanza.

C’è Viviane, una donna ancora giovane devastata da trent’anni di matrimonio, che conserva (chissà per quanto ancora) una dignitosa compostezza mentre chiede, arrivando ad implorare, un diritto che le spetta secondo la legge del suo paese e che il ‘mite’ marito, ostinato fino a rasentare il muto autismo, continua a negarle: ritornare ad essere libera da quell’istituzione e, soprattutto, da quell’uomo che hanno messo in seria discussione la sua identità di donna e di persona.

Ritornare a riconoscersi e sentirsi come un essere umano.

 

 

 

 

L’intera pellicola, che si avvale della superba prova un piccolo cast affiatato e dalle facce giuste, ammantata dal carisma magnetico e dalla conturbante bellezza di Ronit Elkabetz, si srotola attraverso una narrazione fluida e incalzante, brillando della rara qualità di rendere dinamica una situazione fisicamente statica e compressa all’interno di uno spazio ristretto (una piccola stanza adibita ad aula di tribunale), come a simboleggiare il senso di claustrofobia e immobilismo forzato che pervadono Viviane nei lunghi mesi (che si fanno anni) della causa di divorzio, e per la verità, che scandiscono tutta la sua esistenza (gran parte della sua esistenza) da donna sposata.

 

 

 

I nodi vengono al pettine.

Le arringhe pretestuose crollano come castelli di carta.

Tutti i pesanti veli sono finalmente caduti.

Ma il prezzo per la libertà è alto. E bisogna mercanteggiare.

È l’unica via d’uscita (per uscirne ancora vivi) quando si incappa nell’anaffettività,

quando il possesso, il bisogno fisiologico di esercitare il controllo, la sicurezza che nulla dovrà mai cambiare, quando l’egoismo ottuso e distruttivo vengono chiamati amore.

                                                                                             

 

 

 

 

 

 

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