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‘71

Regia di Yann Demange vedi scheda film

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La recensione su ‘71

di supadany
8 stelle

’71 è un esordio nel lungometraggio, con il botto. Il regista Yann Demange affonda le mani nella spinosa questione nord irlandese utilizzando un impianto thriller di ferrea costituzione, focalizzando l’attenzione sul punto di vista di un personaggio, suo malgrado immerso in una realtà mostruosa, nemmeno si trattasse di un horror, con demoni dalle fattezze umane e le fiamme dell’inferno pronte a sprigionarsi.

Già, l’essere umano quando dà il peggio di sé, produce scenari - spesso di lunga durata e di difficile risoluzione - (in)degni della peggiore immaginazione, nei quali la peggio spetta regolarmente a chi non lo meriterebbe affatto.

Belfast, 1971. Durante un’incursione nell’area a maggior rischio, un’unità militare inglese è costretta a ripiegare velocemente, lasciandosi malauguratamente alle spalle il neo arrivato Hook (Jack O’Connell).

Il ragazzo cercherà in ogni modo di sopravvivere, trovando anche dell’insperato supporto, mentre c’è chi, al corrente della sua presenza, è fortemente intenzionato a ucciderlo.

 

Jack O'Connell

‘71 (2014): Jack O'Connell

 

Yann Demange rievoca un clima di rara tensione, addentrandosi con sicurezza nel ventre ribollente di un conflitto portato oltre il limite estremo, descrivendolo con rabbia e foga: così come avviene per il giovane e malcapitato Hook nella realtà della finzione, anche lo spettatore non può distrarsi un attimo.

Infatti, finisce risucchiato in un vortice di violenza, quella tangibile che fa male davvero, il ritmo serrato e coinvolgente non lascia scampo e anche gli spiragli di luce su una possibile salvezza vengono oscurati dall’addensarsi di nuovi pericoli, disposti su uno scenario reso già oscuro dalla prevalenza del buio della notte.

Un altro tratto dominante è il caos. La concitazione della guerriglia urbana rende ogni scelta coraggiosa, capire cosa sia giusto fare non è più frutto di un’equazione calcolata e il tempo di risposta a disposizione non ammette deroghe.

Queste caratteristiche sono parte fondante di uno svolgimento lineare, con l’inferno a inseguire senza tregua un protagonista positivo e privo di macchia alcuna, nel quale le vittime degli eventi sono riscontrabili soprattutto tra i più giovani, in alcuni casi giovanissimi, che non hanno avuto molte scelte, determinati semplicemente dal luogo di nascita e dalla condizione familiare. Sono loro i personaggi salienti di una descrizione che sfoggia la furia del dettaglio, come può essere un cadavere lasciato a marcire per ore sul ciglio della strada, utilizza i dialoghi con puntualità per completare i tratti degli elementi in gioco, infine insegue twist devastanti e sfrutta i meccanismi che inducono allo smarrimento, come il fischio assordante dopo un’esplosione.

Tutto questo è definito in un lasso temporale ristretto, supportato anche dallo score musicale, firmato da David Holmes, che riesce a implementare gli effetti delle immagini e dallo sforzo fisico e morale di Jack O’Connell, senza per questo trascurare l’incisivo Sean Harris.

Così prende corpo un’opera abile nel descrivere un rompicapo storico, con alcune posizioni rodate nel corso del tempo - di potere, di fatto e d’interesse -, assumendo al momento più opportuno anche le forme di più generi con definizioni giustificate e infine chiuso da un epilogo pregno di valori e significati, quando un pugno nello stomaco genera una risposta secca che certificata un rinnovato modo di vedere il mondo.

Implacabile, da togliere il fiato, come la follia che prende il sopravvento sulla ragione umana, ma anche quell’ardore che permette di aggrapparsi alla vita.

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