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Smetto quando voglio

Regia di Sydney Sibilia vedi scheda film

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La recensione su Smetto quando voglio

di GIANNISV66
8 stelle

Se un paese non è in grado di dare la dovuta considerazione alle sue eccellenze, trattandole anzi come se fossero delle magagne imbarazzanti che è meglio nascondere, rende allora legittima una reazione portata fino alle conseguenze della illegalità e del calpestio delle regole?

Dilemma non da poco, che è alla base dell'interessantissimo esordio cinematografico di Sydney Sibilia. Materia spinosa, perché la mancata applicazione della meritocrazia è uno dei mali più devastanti che affliggono l'Italia, e una delle cause principali del suo degrado.

E utilizzare un simile argomento per costruire una commedia può avere conseguenze di difficile gestione per chi si avventura in una simile impresa, rischiando da un lato di cadere nel grottesco e nella superficialità, dall'altro di non sollevarsi da un patetismo che purtroppo in tali frangenti è sempre dietro l'angolo.

E invece questa operazione si rivela efficace, e il giovane regista salernitano dimostra di avere idee e qualità, giocandosi bene le sue carte in questo opera prima, grazie anche al lavoro di un gruppo di attori abbastanza eterogeneo eppure ottimamente integrati nei rispettivi ruoli.

 

Pietro è un ricercatore di altissimo profilo e scarsissima liquidità, e il suo lavoro è talmente complicato da non essere compreso neanche dal professore che lo supervisione (uno squallido barone universitario più avvezzo a maneggi politici che alla scienza), né riesce a trovare l'approvazione della commissione che elargisce i finanziamenti.

Emarginato da un'università che non è in grado di valorizzare i talenti, si ritrova nelle condizioni di altri suoi colleghi e amici (un brillante chimico che fa il lavapiatti in un ristorante cinese, due latinisti eccezionali costretti a una pompa di benzina, un antropologo che cerca di nascondere i suoi titoli accademici per trovare un lavoro qualunque, un archeologo costretto a farsi offrire il pranzo dagli operai che controlla per la Sovraintendenza, e per concludere un economista con la passione per il gioco e per le ragazze Sinti), per di più con scadenze e debiti cui far fronte e una fidanzata apprensiva con cui condivide la casa.

Inseguendo un alunno restio a pagargli le lezioni private, finisce in una discoteca e qui ha il colpo di genio: vista la richiesta di pasticche da sballo, perché non utilizzare le proprie conoscenze e il proprio lavoro di ricerca per elaborare una molecola che, non compresa nell'elenco stabilito dal Ministero della Salute, e dunque legale, provochi le alterazioni così apprezzate dai frequentatori di locali notturni?

E da qui parte il piano, in cui verranno coinvolti gli amici ricercatori falliti, ognuno per le sue competenze, con la creazione di una banda di improbabili criminali, cosa che porterà il gruppo a fare un sacco di quattrini e a cacciarsi in un mare di guai.

 

La storia è raccontata con brio e vivacità e, cosa davvero importante per una commedia, si ride e di gusto. Nonostante questo però il regista è abile a non cadere nel macchiettismo, la sceneggiatura è ben costruita e non rivela sbavature, e persino il finale, anche se un po' frettoloso, si rivela nel complesso ben congegnato, con un piccolo e amaro “colpo di scena” (se così si può definire) conclusivo.

Ecco, se si vuole trovare un difetto in questa pellicola, questo sta nel fatto che alla fine viene rispettato il politicamente corretto e la vicenda vede i nostri improvvisati spacciatori riportati nell'alveo della morale comune e del rispetto delle regole.

Forse un po' di coraggio avrebbe potuto creare una conclusione della storia più spregiudicata, cosa che in qualche modo avrebbe potuto dare un tono più salato a tutto il racconto.

Eppure nonostante un buonismo di fondo, la cattiveria non manca, e l'Italia degli intrallazzi e degli intrallazzoni, dotati di una cultura prossima a quella di un macaco ma abilissimi nel destreggiarsi tra furbate e furbetti, non ne esce assolutamente bene.

E fra le tante scene esilaranti, ne spicca una che non lo è per niente: il pianto disperato di Pietro di fronte alla grettezza della commissione giudicatrice che è incapace di capire la complessità della sua ricerca e il valore del suo straordinario talento di neurobiologo.

Il simbolo di un paese su cui riusciamo anche a ridere ma che in realtà andrebbe azzerato.

 

Prove notevoli, si è detto prima, su tutti Edoardo Leo nel ruolo del protagonista, mentre tra gli altri, tutti davvero bravi, mi sento di fare una menzione particolare per Libero De Rienzo nel ruolo di Bartolomeo, economista convinto che le leggi della statistica si possano applicare al poker, e per Paolo Calabresi in quelli di Arturo, l'archeologo squattrinato.

Meno di spicco, anche perché relegati in personaggi delineati in maniera più superficiale, risultano le prove di Valeria Solarino e Neri Marcorè.   

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