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Locke

Regia di Steven Knight vedi scheda film

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La recensione su Locke

di EightAndHalf
6 stelle

L’autostrada, di notte, è il fulcro in cui si incrociano tante solitudini. Le luci degli esseri umani che si muovono, da fuori, nel tentativo forsennato di raggiungere qualche meta, seppur rassomiglianti a lunghissime file di esseri meccanici e alienati furibondi e ipercinetici; le luci dei lampioni, da dentro, che si riflettono sul parabrezza, sui sedili, sui bordi dei finestrini, ripetendo sempre la stessa tonalità di luce e la stessa “animazione”, perché l’autostrada è tutta uguale e nel suo incredibile agitarsi è praticamente un deserto. Il vuoto dinamico dell’autostrada è quello che circonda Ivan Locke, un uomo rimasto solo con la sua macchina e con un telefono collegato alla macchina, in grado di attivare telefonate senza commettere la diffusissima infrazione di guidare con il cellulare in mano. Dai pulsanti sotto il cruscotto Ivan Locke controlla tutto, e tiene – lo sa bene – da quella sua postazione le fila della sua intera vita.

 

L’autostrada è un po’ come un luogo fuori dalla realtà, in cui ci viene mostrato come il caos individuale di ogni singola persona, chiuso fra le quattro pareti di un auto, scorre proprio accanto a noi, che abbiamo in un'altra auto il nostro caos e la nostra confusione, ma non entra in contatto, non si lascia intravedere nemmeno mascherandosi nell’anonimato. I terribili nodi che affliggono, sotto forma di ostacoli e difficoltà, le nostre vite, proiettati come luci anabbaglianti e metaforizzati da veicoli ultradinamici, non si incrociano in intrugli inestricabili, ma rimangono da soli e autonomi, ognuno con la loro sofferenza e la propria inestricabilità personale. Una ricostruzione in scala della vita di ognuno, nella sua irruente corsa verso cosa, poi, non sa. Verso nuove vite?

 

Locke era un filosofo del XVII-XVIII secolo, e faceva parte della scuola degli empiristi, ovvero di coloro che pensavano che la ragione e l'esperienza  fossero le uniche fonti di conoscenza. Quasi una filosofia minimalista, quella di Locke, un pensiero che mirava a distinguere senza eccezioni la dimensione empirica e la dimensione dell’astrazione, incapace di guardare oltre il proprio naso, o, meglio, nella ricerca di quel poco che può, sicuramente, rassicurare il desiderio dell’uomo di conoscere. L’Oltre non è di queste menti.

Ivan Locke è un po’ così. Irreprensibile sul lavoro, abbastanza buon borghese da avere una famiglia che lo aspetta a casa, sufficientemente onesto per farsi stimare da chiunque. Ma come si esplicano, in quest’uomo, i rapporti umani? E lui stesso, da empirista (o forse razionalista), come si approccia alla realtà?

 

Il suo mondo è riprodotto in scala in questi sferzanti 85 minuti, imperniati tutti su storie abbastanza banali che fanno necessariamente riferimento all’empatia che si viene a creare tra spettatore e protagonista, altrimenti non ci sentiremmo così coinvolti da un discorso sul calcestruzzo. Ma che empatia è, se questo Locke ci pare, sempre più si va avanti nel conoscerlo, più enigmatico, più pazzo, sempre più “distante” dalle nostre vite, pur essendo, anche lui, immerso in una (frantumata) quotidianità? Chi è quest’uomo dall’eccezionale bravura e dall’eccezionale onestà, improvvisamente abbastanza turbato da convincersi che nel sedile di dietro sta suo padre che lo sta osservando e giudicando? Il trauma infantile (unica piccola pecca del film: spiegone ad alto rischio di psichico chiarimento per lo spettatore) è l’abbandono di un padre, il peccato originale di una solitudine sempre viva nonostante le persone che l’hanno circondato per tutta la sua vita. Ivan Locke, con famiglia e lavoro, si sente solo. Ma ancora non lo sa, o non lo sapeva, fino alla chiamata della sua amante per una notte, che lo avverte del fatto che sta per partorire. Quale altra occasione per Ivan, per riscattare il nome della sua famiglia, scandita da avi sempre irresponsabili e poco affidabili? Fare la cosa giusta, tutt’ad un tratto, la cosa più giusta di tutte, che va a distruggere tutte le altre cose giuste fino ad allora accumulate. Il necessario, inevitabile, punto di rottura, da accettare senza argomentazione e soprattutto senza razionalizzazione: mettere a repentaglio famiglia, lavoro e rapporti umani per poter tenere la mano alla donna sola (ancora più sola di lui?) che sta, nell’immediato, partorendo un bambino tramite un cesareo, perché il cordone ombelicale è diventato un cappio intorno al collo del bambino, un solo filo che tiene legato alla vita ma può anche provocare la morte. La vita onesta e sempre controllatissima di Locke si addentra nelle contraddizioni.

 

Non ci si limita a vedere la storia del film di Steven Knight come semplice distruzione di una vita costruita razionalmente, giusto perché la vita, spesso, è apice di stimoli irrazionali. Quello su cui la regia si concentra, inquadrando Tom Hardy sempre nella stessa posizione e sempre nello stesso abitacolo, oltre all’intenzione di mettere in scena una solitudine, è quella di analizzare, anche osservando una sola persona, come quella stessa persona gestisca i rapporti interpersonali. Fino a che punto l’onestà è in grado di tenere su di sé l’onere di rispondere alle necessità relazionali? Cioè a dire, in che modo i rapporti umani possono essere gestiti pur rimanendo nell’assoluta razionalità? Rispettando le convenzioni?, per questo c’è la famiglia. Mantenendo salde e pacifiche le gerarchie?, per questo c’è il rapporto pacifico con operai e colleghi. Stando attenti a non tradire (e a non tradirsi)?...qui Locke rivela il punto di rottura, il nervo scoperto di una vita passata a “controllare” ciò che circondava il protagonista, e improvvisamente distrutta da un solo errore, quello che, per dire, avrebbe potuto commettere il suo operaio bevendo le sue tante lattine di sidro: Ivan Locke si porta a letto una donna molto triste e sconsolata dopo una sonora ubriacatura. Un evento totalmente imprevisto, incontrollabile, dalle conseguenze gravi, proprio perché questa donna rimane incinta. Un singolo passo falso, e tutto il castello di carte viene travolto da una folata di vento.

 

Molti esseri umani vivono senza la necessità di gestire tutto in maniera eccessivamente razionale, ma certuni riescono anche a gestire il compromesso: Ivan Locke ha sempre rinunciato alla vitalità dell’errore, ha sempre messo da parte le situazioni ambigue e ha sempre rigato dritto, per non infangare nuovamente il suo nome, come aveva fatto suo padre e altri prima di lui. Ma ecco che è costretto in una morsa, ecco che è caduto nella trappola di un solo, singolo, non troppo innocente, errore, tanto da addossarsi lui stesso la colpa di tutto, senza per questo rinunciare alle sue voglie “pignole”. Dalla sua macchina, cerca di mandare avanti la sua vita: costruire il suo palazzo e far sopravvivere il suo matrimonio. Ma la vita non è davvero riproducibile e riconducibile a uno scambio di battute via telefono, la sua capacità di comandare è destinata a fallire. Perché Ivan Locke ha sempre vissuto sotto la buona stella di un’ onestà disumana, una impossibile ricetta di ingredienti fragilissimi. Garantirsi il controllo con le buone azioni, la paradossale svolta egoistica del comportarsi bene, per tenere, alla fine, tutto sotto controllo.

 

E quindi la sua vita “razionale”, con un suo pianto, muore, e restano alcune briciole: le sue lacrime alla voce del figlio, il palazzo costruito nonostante il licenziamento, tutto immerso sotto tonnellate di calcestruzzo. Ma forse il finale è meno drammatico di quanto appaia, forse l’aspetta una vita un po’ più irregolare e quindi forse un po’ più vera, ricca di rimpianti e per questo più umana. Per, finalmente, provare una irregolare sofferenza. E finire, per una buona volta, in una contraddizione.

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