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Something Good

Regia di Luca Barbareschi vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su Something Good

di alan smithee
6 stelle

Luca Barbareschi non è mai stato un simpaticone….almeno non risulta simpatico a me, spesso infastidito dal suo atteggiamento provocatorio e di perenne sfida che - al di là delle personali e certo legittime ideologie politiche del soggetto - manifesta quasi sempre tendenziosamente al fine di procurarsi una pubblicità e un eco che spesso poi risultano fuochi di paglia, evanescenti e poco concreti per il raggiungimento degli obiettivi commerciali o strategici a cui certamente mirano. Un atteggiamento da voltagabbana insomma, da volpone politico quale in fondo è (od è stato) realmente.

Però Barbareschi è pure indubbiamente un ottimo attore, forte di una grande presenza scenica, di fisico importante, adatto a ruoli forti e di spessore, forte di lineamenti latini armonici e leonini che lo rendono difficilmente dimenticabile: un aspetto e un talento che gli hanno consentito di collocarsi perfettamente anche in contesti e produzioni internazionali, che lo hanno già visto impegnato spesso in parti non trascurabili e degne di nota. Uomo di teatro, che flirta spesso con la  televisione, astutamente coscio del suo miracoloso potere di risalto, potendo infiltrarsi in case e vite di ognuno di noi senza bussare; ma non disdegna neppure il cinema, dove si impegna spesso anche in qualità di produttore e in qualche occasione come regista. Stavolta, giunto alla sua terza regia, con Something Good (bel titolo, bisogna ammetterlo, evocativo di più accezioni), l’attore di natali uruguayani si è prodigato in un lavoro davvero ambizioso, forte di un respiro internazionale (la storia è totalmente ambientata in una Hong Kong corteggiata e fotografata con lo stupore di un occhio proveniente da lontano), per affrontare un argomento insolito, inquietante, spiazzante e pure originale come quello della contraffazione dei cibi e degli alimenti di base a fini di lucro smisurato sulla pelle di noi inconsapevoli cittadini consumatori.

Fin qui dunque lode e onori, perché oltretutto il soggetto di base è sviscerato in modo lodevole e senza troppi artifici o fantasie, e crea davvero sconcerto sapere che molto di tutto quello che si apprende è vero: “E’ incredibile quello che l’uomo riesce a mangiare! E comunque nonostante ciò le statistiche di mortalità vedono sempre di più accrescere la vita media umana”. Con queste parole il bieco protagonista Matteo “Mercury” (lo impersona con efficacia lo stesso Barbareschi) si lava e pulisce la coscienza e continua a commercializzare cibi avariati e tossici che spaccia in giro per il mondo, anche e soprattutto alle associazioni che si battono per la denutrizione nelle aree più disagiate del globo.

Peccato che attorno a tutta questa solida base ed argomentazione, venga ricamata a forza una storia (una via di mezzo tra thriller/noir e melodramma della redenzione purtroppo fuori tempo massimo) davvero improbabile ed improponibile per diversi aspetti. Già la combinazione che fa incontrare una giovane madre che, dopo la morte del figlio quattrenne avvelenato da una bevanda adulterata, gestisce un piccolo ristorante su una chiatta del porto della metropoli, con l’uomo direttamente (o indirettamente) responsabile di quel terribile decesso, è una forzatura che difficilmente riusciamo a digerire. Poi l’evolversi caratteriale del personaggio che, da squalo sprezzante, incurante delle morti che si porta dietro con la sua politica di frodi e contraffazioni, diviene in pochi giorni il paladino difensore e scrupoloso della donna di cui si è innamorato (ancor prima di supporre di essere il carnefice del suo infante), non risulta minimamente credibile: non c’è più che altro, nonostante le quasi due ore (troppe) di svolgimento, il tempo necessario per giustificare una redenzione di per sé anche plausibile e realistica, se maturata in altri contesti e con differenti modalità. L’intreccio spionistico/giallo pare invece più funzionale e adeguato e il film, recitato con professionalità anche da attori cinesi piuttosto in parte, non può comunque considerarsi del tutto sbagliato, ma anzi merita un plauso più che proporzionale per la capacità, rarissima in un prodotto di casa nostra, di sapersi rivolgere al mondo intero, forse ancor più al mercato internazionale che al nostro, troppo esclusivamente impegnato a ridere e scherzare con le grossolane commedie che egemonizzano, proprio in questi giorni più che mai assieme all’animazione, oltre 3/4 della programmazione nazionale.

 

 

 


 

 

 

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