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Sils Maria

Regia di Olivier Assayas vedi scheda film

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La recensione su Sils Maria

di nickoftime
5 stelle

Tra i registi francesi tutt'ora in circolazione Oliver Assayas è certamente uno dei più eclettici. Passato dal cinema alla televisione, con puntate nel giornalismo in cui si è applicato sia nel cinema (scrivendo nei famosi Cahiers du cinema") che nella musica, Assayas ha trasportato questo eclettismo dietro la mdp dove ha dato prova di sapersi destreggiare tra film di genere e d'autore. Anche nel caso di "Cloud Sils Maria", presentato all'ultima edizione del festival di Cannes, il regista francese dimostra di continuare a mettersi in gioco, accettando di scrivere e dirigere il "viale del tramonto" di una diva del teatro, Maria Sanders (Juliette Binoche), costretta a lasciare il passo a una più giovane collega. L'occasione della crisi gli è data dall'offerta di lavorare insieme alla presunta "rivale", Jo Ann Ellis (Chloe Grace Moretz) in una rivisitazione della piece teatrale in cui la giovane e turbolenta star deve interpretare la parte che vent'anni prima aveva decretato la definitiva affermazione di Maria.

Per arrivare al termine della storia con una soluzione di sorprendente pragmaticità, "Cloud Sils maria" chiude Maria e la sua assistente (Kristen Stewart) in una sorta di ritiro spirituale tra le montagne della Svizzera, dove lo studio del copione finisce per replicare il confronto generazionale e le dinamiche di odio e amore contenute nel testo teatrale.

Utilizzando l'antiteatro roccioso delle montagne Eugandine come moltiplicatore di una claustrofobia che appartiene al clima da "Eva contro Eva" che caratterizza le dinamiche tra le due protagoniste, "Cloud Sils Maria" è un film di scrittura e di interpretazioni attoriali, in cui più della riflessione sul rapporto arte e vita e sul passare del tempo, conta la capacità degli attori di immedesimarsi con dei personaggi che paradossalmente potrebbero corrispondergli anche nella vita. In questo senso "Cloud Sils Maria" sembra più la messinscena filmata di una vera e propria terapia di gruppo , con gli attori intenti a portare sullo schermo ansie e sentimenti del proprio privato (il soggetto è stato suggerito al regista dalla stessa Binoche), che una storia di finzione. Un interesse di "parte" che a lungo andare spinge lo spettatore lontano dalla vicenda, appesantita anche dalla lunghezza del minutaggio.

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