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Le stanze aperte

Regia di Francesco Giordano, Maurizio Giordano vedi scheda film

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La recensione su Le stanze aperte

di Lehava
7 stelle

 

"È terribile diventar pazzo. È meno pesante morire. Un defunto lo guardiamo con rispetto. Diciamo per lui preghiere. La morte fa tutti eguali a lui. Ma l'uomo privato dell'intelligenza, cessa d'essere un uomo. La parola gli è data invano, egli non la sa dominare, in lui la belva riconosce un suo fratello; è oggetto di derisione per gli uomini; ognuno può far di lui quello che vuole, Dio non lo giudica." Aleksandr S. Puškin "Rusalka" (incompiuto)

 

Quale il confine fra sanità e malattia? E' la follia assenza di intelligenza come suggerisce Puskin oppure è soprattutto la traduzione ad ingannarci? Veramente Dio non giudica, e se mai così fosse, sì può vivere al di là dei confini etici e morali, se non se ne è consapevoli? E realmente non lo si è? Che significato in estraneazione? Quali le domande giuste da farsi, quali le risposte?

 

C'è un cinema che non dimostra ma mostra. Che, senza sottrarsi all'espressione di un proprio punto di vista, aspira al deduzione o e non alla presunzione. Alle prime inquadrature si palesa l' angolazione, se non la prospettiva, come un buon pittore la fonte di luce che illumina la scena: “Le stanze aperte” è un “girato” nel film: un documentario nella finzione, o una finzione che ha il sapore intenso del vero. Una cineoperatrice entra nell'OPG di Napoli e lì coglie scampoli di vite passate, presenti, future, sogni, aspirazioni, idee, lamenti. Raccontati, vuoi in prima vuoi in terza persona, attraverso una sequenza temporale sconnessa e frastagliata. Alla fine, quel che resta allo spettatore è più che altro smarrimento: non commozione, non condanna o partecipazione. Solo, un senso di potente e naturale inadeguatezza davanti alla sofferenza. Una fotografia – tra gli aspetti senza dubbio più riusciti dell'opera - severa e livida, che dosa sapientemente i toni del colore e riesce a cogliere tutte le sfumature delle luci e delle ombre, accompagna lo spettatore dentro un universo che è solo appartentemente chiuso. Perchè i confini sono soprattutto dell'anima, e non a caso, interni ed esterni si compenetrano e combinano. Sono le immagini a parlare, dove le parole non bastano più. O forse, si sono tanto sprecate da avere perso ogni significato, come d'altronde suggerisce un monologo del protagonista. E quelle stesse immagini, reali eppure “immaginate” appunto, si creano e disciolgono nel bianco e nel nero, accompagnate da una musica narrativa che le sottolinea, le ammorbidisce le enfatizza. Ogni tanto pure le offusca. A volte, regna un tragico silenzio. E' un lavoro atipico, questo “Le stanze aperte”: in termini formali ovviamente. Nel montaggio, nella assenza dei dialoghi: l'interpretazione sta più che altro nei monologhi. Una re-inventata teatralità dove i gesti, i movimenti, le espressioni sono imprescindibili per la comprensione degli accadimenti. Accadimenti che restano comunque più che altro emotivi ed intellettuali a fronte di un immobilismo ovvio, nel recinto di un istituto.

 

E' un lavoro imperfetto, che nell'imperfezione trova il suo fascino: tutto nel riuscire ad essere sempre al di qua del pietismo e sempre al di là del contingente in un non-luogo dove la malattia mentale è occasione e non fine. Ma nell'imperfezione trova anche (purtroppo) tutti i suoi limiti. Va innanzi tutto rivisto più volte (e già riuscire a vederlo una è un miracolo! Vista la non distribuzione!) e questo non è un bene per un'opera, non in termini commerciali ed industriali. Potremmo dire che nella sua “non immediatezza” fallisce la prima visione. Risente di grossi squilibri: corale o individuale?  Sociale o artistico? Eccessiva e forsennata la frammentarietà della prima metà a confronto della compattezza e monotematicità degli ultimi venti minuti: i due aspetti non riescono a legarsi completamente: superfluo il protagonista nella prima metà (troppo minuti fuori scena!), inesistenti i comprimari negli ultimi venti minuti. La sceneggiatura perde coerenza abbandonando i propri personaggi qua e là: in parte è anche voluto e fa parte di quella ricerca formale sopra nominata. Ma l'effetto sullo schermo, per chi guarda, è esteticamente e concettualmente sconnesso. A ciò contribuisce la difficoltà a trovare una linea temporale precisa, chiamando lo spettatore ad interpretazioni forzate e troppo personali. Sposta bruscamente e fumosamente il punto di vista: quale, ci si chiede, nella narrazione finale del “uscita” del protagonista? Dove è la macchina da presa che per tutta la prima parte aveva seguito i protagonisti all'interno dell'istituto? Se ciò che ci viene mostrato è un ricordo, o un pensiero, o una possibilità futura, quale l'agente? Domande che non trovano risposte precise e che anzi si moltiplicano nei dubbi sulle sequenze prima-dopo. Commistione, a tratti scontro di più anime (come se la linea non fosse condivisa o incerta) questo “Le stanze aperte”: documentario? No, anche se la “veridicità” è fondamentale. Film? Sì, ma con attori che recitano se stessi e quello che fanno: un copione fittizio della propria realtà. Dove, come naturale che sia, sono però i professionista ad essere più “veri” di coloro i quali non hanno bisogno di interpretare perchè già sono. In questo connubio non sempre riuscito sta l'unicità dell'opera, il suo voler indagare nuove strade di espressione e di contenuto attraverso la sottrazione. Regia curata ma comunque, di pari passo con la sceneggiatura, discontinua: alcune inquadrature splendide (gli scorci attraverso le sbarre, la luce che inonda gli occhi, il grigiore di un cortile squallido dove quattro individui cercano di recuperare il proprio ritmo interiore uniformandolo all'altrui in una camminata, il soffermarsi su elementi appartentemente banali come un dipinto o un muro che sanno acquistare un significato nuovo e più complesso) altre frettolose, troppo spezzettate e poco esplicative (la serra, la partita di calcio). Il ritorno al corridoio delle “stanze aperte” non convince, forse perchè personalmente il confine fra asserzione e ripetizione è troppo labile. Le riprese del “mondo esterno” commuoventi: la città in tutta la sua essenza di bruttezza e degrado, i finestrini della macchina bagnati dalla pioggia, la campagna arida, il cielo che incornicia di bellezza la sofferenza in un parcheggio anonimo. Benissimo la prova di Merolla, male la co-protagonista.  Resto convinta che, se non si sa recitare, è sempre meglio parlare: il silenzio se vuoto eleva le debolezze, tanto più evidenti a confronto con la forza. Nessuna espressione plausibile è rintracciabile sul volto della interprete femminile, e questo risulta tanto più grave nelle sequenze di confronto (ma confronto non c'è! Non c'è dialogo né verbale né corporeo) con il protagonista. Tanto più grave se si analizza la prova dei comprimari, tutti convincenti. Splendida e tremenda la scena del ritorno a “casa” con quel pranzo consumato nel mutismo più totale e l' indifferenza ostentata o malcelata giocata in pochi e pesanti sguardi. A mio avviso qualcosa in più poteva essere fatto in fase di montaggio, nel tentativo di equilibrare  linguaggi troppo diversi  aiutando anche lo spettatore fornendo quanto meno una schematica sinossi temporale: a tutti gli effetti 71 minuti sono troppo pochi.

Tutto un capitolo a se stante merita la colonna sonora. Poichè poco (ma proprio poco!) parlato, il film assegna alla musica un ruolo esplicativo. Una musica che permea l'immagine, in alcuni casi a dirla tutta proprio la invade: di grande respiro, magniloquente e pomposo Mozart. A stridente contrasto, con la sua brillantezza,  alla miseria mostrata. Sfaccettato Vivaldi, nelle sua complessità di colori ed espressioni (mi ha colpito particolarmente il concerto per mandolino che non conoscevo: malinconico e misterioso), appropriato Bach, aulico e prezioso. Fuori luogo (anche solo per una questione di stile) Chopin: forse è solo una questione di gusto personale, ma l'autoreferenzialità della sua musica introspettiva proprio non riesco a capirla in questo contesto. Meglio sarebbe stato lasciare i suoni del mondo, decisamente mancanti. Il vuoto a volte parla e veramente qui lo fa, nel silenzio, solido e durissimo, a monito e riflessione.

 

“Le stanze aperte” resta una bella prova. Trattasi di un film del tutto indipendente, e a basso budget: qualche chance in più l'avrebbe meritata, di emergere da un circuito ridottissimo. Non riesce a trovare appieno una propria strada ed in questo senso è pure una occasione mancata: a ben guardare, comunque perdonabile, più che sopportabile alla luce (o al buio!) della contemporanea aridità di idee e superficialità nei contenuti che neppure premi altisonanti riescono spesso a coprire.

 

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