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Il ruggito del topo

Regia di Jack Arnold vedi scheda film

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La recensione su Il ruggito del topo

di Stefano L
7 stelle

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Satira ingegnosa sulla guerra fredda, "The Mouse That Roared" ci porta nel fittizio ducato di Grand Fenwick, uno stato medievale indipendente il cui sistema produttivo è concentrato sull'esportazione di un prestigioso vino. Quando in California viene messa in commercio un’imitazione della bevanda, il primo ministro Rupert di Mountjoy e la monarca Gloriana XII intraprendono un improbabile conflitto contro gli Stati Uniti, condotto dal trepido e goffo Tully Bascombe: cavaliere inesperto che, dopo la sconfitta, permetterà al suo piccolo regno di ottenere degli opulenti sussidi in seguito ad un possibile trattato di pace… Il potenziale comico del soggetto viene argutamente espletato da un dinamico Peter Seller, in grado di impersonare perfettamente i tre ruoli principali sopracitati, mettendone in mostra le sfaccettature grottesche e sollazzevoli in un gioco di maschere abilmente architettato. Ci sono difatti dei pezzi esilaranti che si avvalgono della poliedrica verve da commediante del noto teatrante britannico, la quale garantisce diverse risate, in particolare durante le rocambolesche peripezie di Bascome (lui e l’esercito di arcieri che guida vengono scambiati per degli alieni dalla polizia militare americana) e nelle sortite vezzose della sovrana, chiaramente ispirata dalla Regina Elisabetta II (le nuance parodistiche di linguaggi ed accenti vanno chiaramente ascoltate in lingua originale). Gradevole pure la chimica tra Sellers e la bellissima Jean Seberg, sensuale figlia del Professor Kokintz (il più caricaturale David Kossoff), l’inventore della micidiale bomba Q, esplosivo che può far scomparire dalla faccia della Terra due continenti. Il metraggio di Jack Arnold, in questa parte ambientata sulla superficie stelle e strisce, propone altresì degli scenari singolari ed ameni, come una New York completamente deserta a causa del coprifuoco e un bunker metropolitano satollo di giovani spensierati della beat generation che ammazzano il tempo ballando il rock. Ma nonostante una panoramica vivace e spiritosa, i sottotesti politici dell’immaginario fantasy perdono vigore e nitidezza di contenuti quando si sviluppano i chiassosi episodi finali, i quali procedono per accumulo, annacquando l’indovinata scimmiottatura sull’ethos paranoico delle nazioni occidentali, convinte che da lì a poco sarebbe scoppiata una devastante disputa internazionale contro la Russia e i regimi comunisti (allusi nel riferimento ai “rossi cinesi”). Il risultato è una discreta trasposizione dell’omonimo romanzo di Leonard Wibberley, benché presumibilmente espandibile in molte delle pungenti canzonature.

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