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In grazia di Dio

Regia di Edoardo Winspeare vedi scheda film

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La recensione su In grazia di Dio

di maurri 63
4 stelle

Da sempre, il cinema senza attori di Edoardo Winspeare è ingabbiato in una sorta di presunto autoritarismo, che rinnega il film di finzione, per costruire, attraverso volti e paesaggi, una non storia che possa legare la Terra all'Uomo. Questo intento nobile, però, assume quasi sempre una forma didascalica, mai didattica, come sarebbe piaciuto a Rossellini. Non fa eccezione questo "In grazia di Dio", unico lavoro italiano ad essere selezionato per il Festival di Berlino, 64a edizione, nella sezione Panorama. L'opera, che ha pochi motivi per essere distribuita in sala (trattasi piuttosto di una sorta di omaggio al Salento, terra dove il regista è cresciuto, e che è troppo al centro dei suoi interessi) - "non"-  narra la vicenda di una famiglia travolta dalla bancarotta, nel momento dell'attuale crisi economica. In origine fasonisti (confezioni di abiti per conto terzi), i tre fratelli sono costretti a cambiare la propria vita: l'unico uomo dei tre decide di ripiegare al nord; le due donne tornano alla terra. E qui, il racconto, che potrebbe prendere forma e sostanza, si avvita su sé stesso: le due sorelle ritrovano l'anziana madre, la figlia di una delle due comincia a fare i capricci, poiché non intende prendere la maturità. Interessato a seguire i 4 personaggi femminili, provando a comprenderne la possibilità di convivenza forzata, Winspeare perde di vista la storia, e lega le donne in un bozzettismo che non si chiude neppure alla fine dei lunghissimi 127 minuti, lasciando in sospeso quanto aveva cominciato a raccontare. Come nei film precedenti (su tutti "Il miracolo", ma anche "Sangue vivo"), predomina il colore del Salento, l'immortalità dei paesaggi, la bellezza di angoli di paradiso purtroppo abbandonati, a scapito degli attori, costretti a troppe pantomime per risultare credibili (pianti improvvisi ed immotivati; urla in primo piano per nascondere l'imbarazzo degli interpreti - comunque inadeguati -; recitazione sempre sopra le righe e mai consona alla trama, che chiederebbe più silenzio e meno rabbia), ed a dialoghi risibili (la mamma anziana : "Non devi avere paura di dimostrare l'amore" !!!!!!!). Nè paga la scelta di affidare il ruolo principale alla moglie (Celeste Casciaro), che appare spaesata, quasi sempre poco coinvolta in una vicenda sospesa e mai vera (ma i film con "non" attori si dovrebbero fare con "non" attori che nella vita fanno quello che ci mostrano, altrimenti che senso ha scritturare uno "qualunque" ?). Mentre una delle due sorelle sembra attaccarsi più alla terra ritrovata, con i problemi che le dà la figlia, l'altra donna pare più legata all'arte: regalandoci, così, una sorella interessata a coltivare i propri sogni d'attrice, l'autore giustifica la poesia che riempie la vicenda, ma non restituisce il "realismo poetico" di cui troppo spesso si parla. Il film, infatti, non è una favola, e neppure un documentario: indeciso tra la prima e la seconda strada, sembra, invece, l'opera ripetitiva e stantìa di chi aveva già espresso con maggior forza certi concetti (amore fraterno, senso di attaccamento alla terra, onore, disperazione economica, parabola - talvolta autodistruttiva - di un declino industriale inarrestabile), attraverso interpreti cui non resta che prendere atto della necessità di ritornare a forme ecumeniche di sopravvivenza (il baratto, i frutti della terra, la Natura bella, talora arida, ma capace di restituirci lo slancio per continuare a vivere). Non c'è dubbio che, influenzato dagli ultimi lavori di Malick, anche Winspeare adatti il suo cinema alla tendenza minimalista di tanto cinema attuale, ma ciò non accade mai spontaneamente: l'opera, infatti, forza il racconto per produrre uno stile, senza che nessun personaggio maturi realmente, che si creino sottotrame, e il riferimento ad Equitalia appare pretestuoso, quanto non immotivato. Presunzione di forma, dunque, ma non giustificata dal progetto: per cercare di rappresentare il reale così come esso appare, purtroppo, occorre mistificarlo attraverso una dimensione epica. Superare il classicismo narrativo cercando di assecondare un racconto con una forma elementare richiedeva una sceneggiatura forte: l'assenza di uno script degno di nota, al contrario, e la mancanza di un tema centrale universale, invece, rendono questo film un' inutile visione, che nulla aggiunge al percorso filmico dell'autore nato a Klagenfurt. Neppure le musiche vibrano di nuovo: chitarre troppo ascoltate, suoni insistenti, voci di vento come in un film di Franco Piavoli, amplificano il senso di poco coinvolgimento dello spettatore, regalandoci una pellicola fredda e banale. Delusione gigantesca, quindi, perché poco attesa. Peccato! 

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